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Poetica
Artistica
Credo che l’arte sia uno strumento capace di creare un
rapporto tra una dimensione inconscia, profonda ed il mondo esterno:
capace di creare un legame, uno stato di risonanza con gli altri.
Le immagini dell’arte sono rappresentazioni complesse. Maggiore
il livello d’elaborazione sia in termini di forma che di contenuto,
maggiore sarà anche il valore artistico e con esso la loro
potenza espressiva e di comunicazione.
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Presentazione
Percorso Artistico
In occasione della mostra “Sogno di un nuovo mondo
– opere recenti”
Museo dell’Antica Grancia – Serre di Rapolano, Siena, 21 Luglio 2001
(…) Quella che stasera vorrei presentarvi è una
sintesi del mio percorso artistico partendo da San Francisco nell’anno
1990 per concludere con i quadri qui esposti dipinti in uno studio
sulle colline senesi per lo più nei primi mesi di questo
anno.
Vorrei prima spiegarvi, in breve, perché nel 1990 mi trovavo
a dipingere così lontano dalla Toscana, da Siena dove tra
l’altro sono nata.
Devo partire però dall’inizio e dire qualcosa sulla
mia “vocazione” per la pittura che si manifestò
in maniera improvvisa ed inaspettata all’età circa
di 16 anni. Altrettanto improvvisa fu quindi la decisione d’iscrivermi
all’Istituto d’Arte abbandonando gli studi scientifici
che avevo da poco intrapreso. Devo dire però che questa subitanea
passione per la pittura doveva invece avere delle solide basi poichè
non mi avrebbe mai più abbandonata e si sarebbe poi sempre
più intensificata ed arricchita di significati nel corso
degli anni.
In verità, la scelta d’intraprendere gli studi artistici
avvenne in un periodo della mia vita segnato da grosse difficoltà
sia sul piano emotivo che su quello dei rapporti umani. A posteriori,
vorrei poter inserire tale scelta all’interno di un mio movimento
inconscio mirato a superare il conflitto esistenziale che stavo
attraversando in quegli anni. Rappresentava quindi il tentativo
inconsapevole d’utilizzare la pittura per determinare un cambiamento,
una trasformazione nella mia vita che avvertivo come necessità
vitale.
Questo profondo intreccio, rapporto tra arte e vita, il ripercuotersi
nell’attività di pittrice dei miei stati d’animo
ed il loro modificarsi nel complesso processo d’elaborazione
dell’immagine, è una costante del mio lavoro d’artista
tanto che ogni immagine può essere interpretata come una
pagina del diario della mia esistenza intesa, non in senso figurativo
ma come l’insieme di processi di trasformazioni inconsce.
Terminato l’Istituto d’Arte di Siena ho frequentato
per quattro anni l’Accademia di Belle Arti di Firenze, determinata
ad intraprendere la carriera di pittrice.
Al termine di questo percorso accademico, dopo una serie di viaggi-studio
nelle principali capitali europee, si evidenziò, anche questa
volta piuttosto repentinamente, la necessità di una separazione,
di un distacco da una quotidianità segnata dalla ripetizione
e dall’isolamento che, in quel momento, avvertivo essere senza
speranza.
Così, abbastanza inconsapevolmente e casualmente, alla fine
dell’anno 1987 mi sono trovata a San Francisco dove, all’inizio,
vivrò un periodo di grosse difficoltà legate anche
e non solo al confronto improvviso, senza mediazioni, con una lingua
straniera avvertita come ostile e con dei modi di vita ed un contesto
culturale per me assolutamente nuovi e sconosciuti.
Di nuovo, la mia ricerca artistica, lo sforzo ad ogni costo di continuare
a dipingere rappresenterà un punto di riferimento fondamentale,
una specie di ancora di salvezza che mi aiuterà via via a
non cedere, a non desistere di fronte alle difficoltà.
Le immagini con cui tra poco inizieremo la proiezione, risalgono
all’inizi dell’anno 1990 e sono precedute da due anni
di lavoro caratterizzati da una lotta, spesso tenace, con l’impossibilità
a dipingere, come per un vuoto interiore che rendeva vano ogni tentativo
di costruzione dell’immagine che spesso, immancabilmente,
si risolveva nel trasformare la tela bianca in una superficie nera
dove era impossibile percepire qualsiasi figura o forma, al massimo
un’atmosfera indefinita, rarefatta come senza tempo.
Intorno all’autunno del 1989 raggiunsi l’apice di questa
crisi esistenziale….qualsiasi pennellata sembrava inutile
e irrimediabilmente veniva subito cancellata.
In quel periodo frequentavo il San Francisco Art Institute, una
tra le scuole d’arte d’avanguardia più importanti
degli Stati Uniti attraverso la quale ero riuscita a conoscere ed
a inserirmi nel panorama artistico di quella città.
Un mattino, presa nuovamente da un profondo sconforto, mi recai
nella biblioteca di quella scuola dove in uno scaffale intravidi
un libro su Paolo Uccello, pittore fiorentino attivo agli inizi
del ’400 che era stato oggetto di una mia passione anni addietro,
durante gli studi all’Istituto d’Arte.
Sfogliando quel libro fui improvvisamente assalita da una miriade
di stimoli, la bellezza di quelle immagini variopinte era irresistibile….avrei
inserito un dettaglio, un particolare di uno di quei dipinti nel
quadro
al quale stavo lavorando e che avevo appena lasciato nello studio
al piano di sotto, sul cavalletto. Un quadro in cui per la verità
dominavano il bianco e l’azzurro chiaro ma che sembrava rappresentasse
soltanto un paesaggio, forse marino, caratterizzato dall’indeterminatezza,
da un’atmosfera quasi nebbiosa ed indecifrabile.
Inserire quel particolare, in tutti i suoi dettagli, all’interno
della mia composizione nell’angolo in basso a destra, quasi
mi esaltava…come se l’immagine così creata corrispondesse
ad una mia interna che finalmente ero riuscita a rappresentare.
Oppure, forse, il frammento di Paolo Uccello aggiungeva alla mia
immagine quel tocco di vitalità che in quel momento non riuscivo
a trovare dentro di me e che ero costretta a cercare e prendere
a prestito dall’esterno.
Vorrei sottolineare che l’inserimento più o meno parziale,
più o meno rielaborato di elementi della tradizione pittorica
italiana ed in particolare senese del periodo tardo medievale -
inizio rinascimento, sarà una costante di quasi tutto il
mio lavoro degli anni ‘90, in particolare di quello eseguito
negli Stati Uniti.
San Francisco 1990
Questa serie di quadri segna l’inizio della mia attività
professionale vera e propria. Non solo perché con questi
arrivano i primi successi, l’ingaggio da parte di una galleria,
le prime mostre e vendite ma anche perché con essi incomincia
a delinearsi una ricerca formale e la nascita di uno “stile”
personale determinato, almeno in parte, da un maggiore rapporto
con i miei strumenti di pittrice. Cioè da un rapporto più
fisico, più coinvolgente con il dipingere. Stavo iniziando
un processo che tendeva ad una fusione, ad una sintesi tra idea
ed esecuzione, tra immagine e materia.
Prima, era un po’ come se l’aspetto mentale, ideativo
dominasse su quello del fare e le immagini fossero impresse sulla
tela invece che derivate, costruite dalla materia; fondamentali
sono stati la ricerca e l’utilizzo di nuovi strumenti e materiali:
spatola, pasta per modellare, carta velina stropicciata e applicata
per strati con la colla sulla tela ecc..
Ogni quadro di questo periodo avrà un tempo di realizzazione
abbastanza lungo e tormentato. La riuscita di ogni quadro potrà
essere letta un pò come il superamento di un conflitto, spesso
accompagnato da sogni che si riferivano al processo di elaborazione.
Vorrei dire qualcosa sul perché di questa mia fortissima
attrazione verso certe opere pittoriche che si collocano tra la
fine del trecento e l’inizio del quattrocento, periodo di
transizione tra arte medievale e rinascimentale.
Come sappiamo, i pittori senesi non accoglieranno pienamente la
lezione rinascimentale fiorentina. Continueranno infatti a riferirsi
alla tradizione pittorica narrativa medievale, aneddotica e un po’
naif, arricchendola però con la ricerca di una profondità
spaziale assolutamente intuitiva anziché illusionistica e
razionale come quella rinascimentale.
Era come se nelle loro immagini percepissi la presenza di qualcos’altro,
di un’immagine interna loro che andava al di là del
soggetto rappresentato e che caricava il quadro di una tensione,
di un’atmosfera particolare e talvolta quasi magica.
Mi colpiva inoltre l’inserimento, spesso decontestualizzato,
di elementi che non avevano niente a che fare con il soggetto del
quadro, sempre o quasi, religioso e che assumevano significati nuovi,
indecifrabili, come i due giganteschi corvi neri del quadro “S.
Antonio tentato da un mucchio d’oro” del Maestro dell’Osservanza
che dominano la scena ed appaiono essere i veri protagonisti. Oppure
come la barchetta che sembra arenata nel prato verde e gli straordinari
alberelli sullo sfondo dalle forme quasi umanizzate e piene di vita.
New York 1991-92
Intorno all’autunno 1990 una fase importante di ricerca sia
personale che artistica cominciava a definirsi….. percepivo
di aver finalmente raggiunto quella sorta di piattaforma di base
che mi avrebbe consentito di continuare ad esplorare ed affrontare
nuove realtà senza soccombere.
Insomma, mi sentivo pronta a compiere il grande passo….così,
di lì a poco, agli inizi dell’anno 1991, mi trasferivo
da San Francisco a New York, nella grandi metropoli statunitense.
I primi mesi trascorsi a New York sono segnati dall’insofferenza
verso lo stile atmosferico, rarefatto che aveva caratterizzato le
opere degli anni trascorsi a San Francisco. L’insistenza delle
tonalità scure dei bruni e delle terre rendeva anche abbastanza
difficile e problematica l’esecuzione per la difficoltà
a distinguere le forme. Dopo molti tentativi, intorno al maggio
dello stesso anno, riuscii ad evidenziare un cambiamento anche questa
volta aiutandomi con la pittura di Paolo Uccello nonché con
la famosa barchetta di Ambrogio Lorenzetti ("Paesaggio",
recentemente attribuito dalla critica a Sassetta) che avevo già
utilizzato in alcune opere del 1990 e che reinserirò poi,
rielaborandola, in numerose altre.
Cominciano ad emergere delle figure, forme mentre la tavolozza si
arricchisce, non più rigorosamente limitata ai colori scuri.
Nelle opere dipinte intorno all’anno 1992, molte delle quali
ispirate ad un altra opera di Sassetta, "S. Antonio picchiato
dai diavoli", s’accentua l’importanza non solo
del soggetto delle immagini, ma anche della loro esecuzione. La
materia s’ispessisce; il denso impasto di materie acriliche,
applicato sulla tela quasi esclusivamente con la spatola, può
solo essere aggiunto e non più tolto. Le immagini si presentano
così come la risultante di molteplici strati di materia.
Incomincia inoltre a delinearsi quella che sarà una caratteristica
di tutto il lavoro degli anni ‘90 e cioè il suo procedere
per fasi. Lo svilupparsi di un’idea, l’insistere su
un tema particolare fino al loro esaurimento, s’accompagnerà
sempre alla trasformazione dello “stile” a conferma
dell’impossibilità di separare il processo ideativo
da quello esecutivo….come se un contenuto nuovo potesse emergere
solo se costruito con forme nuove.
Il passaggio da una serie di lavori all’altra sarà
sempre segnato da un periodo di transizione caratterizzato da un
forte senso di vuoto, d’impotenza a creare; forse per una
difficoltà a separarmi dall’elaborazione artistica
precedente che rendeva poi impossibile intuire un qualcosa di nuovo
da poter sviluppare.
LA CADUTA DEGLI ANGELI RIBELLI
New York 1993
Con questa serie di lavori, ispirata ad una omonima tavola del ’300,
sento di essere finalmente riuscita a superare tutto il periodo
precedente….finalmente posso tollerare delle immagini che
abbiano definizione, forme che emergono con i loro contorni da fondi
dai colori vibranti e non più sommerse e soffocate da atmosfere
rarefatte.
La loro realizzazione segnò un momento particolare….per
molti anni, forse tuttora, le ho ritenute le mie opere più
importanti, in una parola, più “riuscite”, quelle
di cui andavo più fiera; forse per la fusione raggiunta tra
idea ed esecuzione (sono anch’esse dipinte con la spatola
ed un ricco impasto acrilico), forse per il loro carattere monumentale
e di grande impatto visivo o forse per il loro significato inconscio
di cui comunque non ero consapevole.
Per circa un anno dalla loro esecuzione non riuscii a produrre nessuna
opera significativa; ogni tentativo si traduceva in una disperata
ripetizione meccanica del processo che mi aveva portata alla loro
realizzazione. Insita in questa crisi c’era la convinzione,
più o meno cosciente, di non poter, non solo superare, ma
neppure più eguagliare quel livello artistico raggiunto.
PAESAGGI
INTERIORI
New York 1994-96
Questa serie rappresenta il superamento della crisi seguita alla
realizzazione degli Angeli Ribelli se non altro per essere riuscita
a riprendere la mia ricerca sulle immagini. Forse non è un
caso che la prima opera di questa serie, una piccola tela
alla quale poi seguiranno con rapida continuità tutte le
altre, fu eseguita nel mio studio a Siena, durante un soggiorno
estivo in Italia.
Potrei attribuire questa ripresa anche ad un cambiamento della tecnica
pittorica. A livello cosciente infatti pensai che ciò mi
avrebbe costretta ad una costruzione diversa dell’immagine
e quindi a nuovi risultati; sono dipinte con colori ad olio, una
tecnica pittorica che, tranne qualche esperimento sporadico, non
praticavo da anni. La nuova tecnica permetteva di aggiungere e togliere
colore rendendo così il rapporto tra idea ed esecuzione estremamente
intimo, direi organico. L’idea si trasformava immediatamente
e continuamente nel movimento fluido del pennello intriso di colore
senza intermediari, senza pesanti impasti da pensare e preparare
prima e poi applicare sulla tela velocemente, prima che si asciugassero.
Un errore poteva essere immediatamente cancellato, effettuato un
cambiamento improvviso, così come poteva essere facilmente
ripristinato il colore precedente.
Pur facendo ancora uso di riferimenti all’arte senese, queste
opere sono costruite in maniera abbastanza libera e personale. È
stata la serie più ricca d’immagini, forse quella realizzata
in maniera meno conflittuale e che ha riscosso maggiore successo
sia professionale che commerciale .
MOVIMENTO INVISIBILE
New York – Siena (Montechiaro) 1997-1998
In queste opere si manifesta il tentativo di rappresentare la figura
umana, di rappresentarne un movimento direi…interno, comunque
indecifrabile, non certo e che forse allude ad un fare “primitivo”;
immagini atmosferiche, come non a fuoco, che rimandano ad una realtà
che non è quella tangibile, materiale.
Sono realizzate senza lo studio di un modello ma servendomi di alcuni
scatti fotografici e costruite con una miriade di pennellate di
colori diversi poste una accanto all’altra il cui movimento
definisce ora lo sfondo, ora, delicatamente, la figura. Quest’ultima
non ha contorni definiti e non prevale mai sullo sfondo con il quale
è invece intimamente connessa.
EMERGENZA
New York – Siena (Montechiaro) 1998-1999
L’elemento di continuità con la serie precedente è
rappresentato dalla presenza della figura umana ora però
inserita in uno spazio certo, definito e determinata dalla linea
che ne costruisce i contorni.
Con questa serie emerge infatti, pur a livello embrionale, un interesse
sulla linea. Incomincia cioè a formarsi l’idea di costruire
delle forme che partano dalla linea nera, dal suo movimento, anche
se in questa serie di lavori tale tema non riuscirà veramente
a svilupparsi … verrà poi riaffrontato nei dipinti
qui esposti.
Le linee nere infatti, spesso campeggiano sullo sfondo e s’interrompono
senza soluzione di continuità con le figure che sembrano
essere più che costruite, racchiuse dalla linea.
Il limite maggiore di questi dipinti, ultimati alla fine dell’anno
1999, mi è parsa la loro struttura, basata sul disegno e
quindi abbastanza razionale. Questa è forse la serie più
figurativa che io abbia mai realizzato. Nuovamente l’inserimento
di elementi tratti dalla pittura medievale e classica….come
la barchetta ed il diavoletto del Sassetta. Le figure sono invece
tratte da dipinti di Tiziano e Rubens.
SOGNO DI UN NUOVO MONDO
Siena (Montechiaro) 2000-2001
La fine della serie precedente viene seguita da una profonda crisi,
di nuovo dall’esigenza vitale di far emergere un nuovo ed
allo stesso tempo dall’impossibilità totale a creare
immagini. Quasi tutti i tentativi di pittura si risolvevano in immagini
scurissime in cui a malapena s’intravedevano delle linee appena
colorate. Comunque, dominava in me la sensazione d’inutilità,
d’impotenza a far emergere un’idea che potesse avere
una qualche consistenza.
Per intensità, potrei paragonare questa crisi all’altra
altrettanto radicale, affrontata esattamente 10 anni prima a San
Francisco.
Devo dire che è stata simile e non uguale disponendo questa
volta, credo poter affermare, di una vitalità maggiore. Anche
il modo in cui l’ho risolta è stato diverso. Infatti,
l’esigenza che ora sentivo forte era appunto di riuscire ad
ideare i miei quadri in maniera direi, improvvisata, senza cioè
far ricorso a nessun elemento precostituito sia che fosse la barchetta
del Sassetta o le figure di Tiziano o comunque a nessuna traccia
di disegno verso cui avvertivo una sorta di profonda insofferenza.
Provai a lavorare su carta, materiale che fino ad allora avevo sempre
rifiutato perché ritenuto troppo inconsistente. Ora invece
il foglio di carta mi stimolava a cercare un’immagine sapendo
che avrei comunque potuto facilmente accartocciarlo e gettarlo via
per iniziare di nuovo su un altro bianco.
Sono partita dalla linea, da linee colorate che nel loro intrecciarsi
e nel loro movimento creano una forma senza però chiuderla,
definirla rigidamente. A questa struttura ne fa da contrappunto
una più solida, definita quasi geometricamente sullo sfondo
da linee nere. Alcuni dei lavori su carta eseguiti nell’anno
2000 sono qui esposti perché servono a comprendere i dipinti
realizzati successivamente. Molti mi hanno chiesto il perché
ed il significato delle lettere nere. In realtà non so esattamente,
posso però dire che l’idea è seguita di poco
a quella di lavorare sulla linea e che mi è stata suggerita
da un lavoro collettivo di preparazione ad una mostra alla quale
ho partecipato con un gruppo di amici, in gran parte artisti non
professionisti. Un pomeriggio, entrando nello studio dove settimanalmente
c’incontravamo, la mia attenzione è stata catturata
da un mucchio di lettere ritagliate di legno e lasciate in un angolo
dello studio. Immediatamente le immaginai nere, nerissime. Vi tentammo
la realizzazione di una scultura che però non venne completata.
Pensai poi d’inserirle nelle mie immagini.
Forse, a livello cosciente, le lettere le avvertivo come una presenza
importante. Cioè, da una parte il rifiuto ad introdurre figure
riconoscibili, dall’altra l’angoscia dell’astrazione.
Le lettere non erano figura però, avendo un significato,
credo possa dire simbolico, avevano un senso senza però appunto
essere figura. Insomma, sentivo di aver bisogno della loro presenza
nelle mie nuove composizioni.
I lavori qui esposti non rappresentano certamente un punto d’arrivo,
piuttosto l’inizio di una ricerca ancora da sviluppare…..devo
dire però che il percorso seguito per la loro realizzazione
mi ha aperta a qualcosa di assolutamente nuovo.
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Lezione
Accademia di Belle Arti di Brera
Incontro con l’artista Franca Marini
“Esperienze d’artista tra Siena, San Francisco e New
York”
Milano, 17 gennaio 2003
Innanzitutto vorrei ringraziare il Prof. S. Esposito e la Prof.ssa
N. Braga per avermi invitata a parlare del mio lavoro. Un breve
cenno alla mia formazione professionale e quindi al mio lavoro d’artista.
Ho frequentato l’istituto d’Arte di Siena, poi l’Accademia
di Belle Arti di Firenze. Un po’ come immagino ciascuno di
voi in quest’aula, ho seguito l’iter formativo classico
di chiunque abbia chiara fin dall’inizio la propria “vocazione”
artistica. Finiti gli studi accademici, ho viaggiato e trascorso
qualche mese a Londra, poi, alla fine del 1987, mi sono trovata
quasi per caso a San Francisco. Per caso non è la parola
esatta……in realtà stavo attraversando un periodo
di grande difficoltà ed insofferenza personali amplificate
sicuramente dall’atmosfera che respiravo a Siena, la città
dove sono nata. Siena è certamente una città d’arte
bellissima d’altronde come la campagna…..forse troppo
bella tanto da creare un senso quasi di dipendenza. Mi sentivo oppressa
da quell’ambiente provinciale a cui attribuivo almeno in parte
la responsabilità del mio forte isolamento. Inoltre ero spaventata
dall’idea d’intraprendere la carriera artistica in Italia
dove mi sembrava impossibile ricevere qualsiasi riconoscimento soltanto
con la forza del proprio lavoro. Comunque la scelta di recarmi negli
Stati Uniti non è avvenuta a tavolino, piuttosto in maniera
abbastanza irrazionale e dettata dall’esigenza vitale di un
distacco, di un cambiamento che non fosse solo materiale ma anche
e soprattutto, personale.
A San Francisco frequenterò il San Francisco Art Institute,
una tra le scuole più d’avanguardia degli Stati Uniti
tramite la quale entrerò in contatto con l’ambiente
artistico di quella città. Questa si rivelerà un’esperienza
molto significativa poiché costituirà un confronto
senza mediazioni con la cultura artistica americana. Agli inizi
dell’anno 1991 decido di trasferirmi da San Francisco a New
York dove vivrò per circa 10 anni iniziando così un
altro importante capitolo della mia vita.
Le diapositive che vi mostrerò sono una sintesi del mio lavoro
dall’anno 1990 a San Francisco ai lavori più recenti
realizzati a Siena.
Due parole sul mio lavoro…..come potrete tra poco verificare,
il mio mezzo espressivo è la pittura e quindi il mio interesse
principale è rivolto all’immagine. Inizio a costruire
un’immagine con uno stimolo, un’intuizione e solo una
vaga idea di come sarà una volta ultimata. Tra l’idea
iniziale e l’immagine finale, a volte realizzata attraverso
un processo d’elaborazione quasi estemporaneo, altre volte
più complesso per il quale possono occorrere giorni ma anche
settimane, c’è sempre uno scarto o per lo meno ci dovrà
sempre essere uno scarto…qualcosa d’imprevisto che alla
fine mi dovrà sorprendere. Come se ogni immagine creata dovesse
in qualche modo avere qualcosa d’importante, direi una sua
“nascita” per poter veramente essere immagine artistica,
avere cioè quell’elemento d’originalità
che può essere trovato solamente durante il processo di costruzione;
durante quel processo legato al fare materiale al quale attribuisco
grande importanza poiché è il momento in cui, non
so come, forse per una momentanea sospensione della coscienza, entrano
in gioco delle dimensioni inconsce dell’artista senza le quali
non credo sia possibile creare. Per poter lavorare bene è
proprio necessario “perdere la testa”, non pensare,
procedere un po’ affidandosi alla conoscenza del mestiere
un po’ alle proprie intuizioni. Tanto maggiore è la
propria professionalità, sicurezza ed abilità nell’usare
gli strumenti del proprio lavoro, tanto maggiore sarà anche
la capacità di “lasciarsi andare”, perdere cioè
un assetto razionale.
Per quel che mi riguarda, le opere più importanti si sono
spesso rivelate quelle in cui ho lottato di più o meglio
quelle la cui elaborazione mi ha condotta al momento in cui mi sono
sentita completamente persa…..in quel momento ho capito che
dovevo rimettere tutto in discussione, entrare “dentro”
l’opera rischiando tutto quello che avevo costruito fino a
quel momento. Se ce la avrei fatta a “riemergere” l’opera
costruita si sarebbe rivelata particolarmente significativa, altrimenti
sarei dovuta ripartire da capo.
Sono consapevole del fatto che scegliere la pittura come mezzo espressivo
è oggi una scelta abbastanza infelice…..è molto
facile essere etichettati come “retrò” ecc. D’altronde
non sostengo assolutamente che la pittura sia l’unico mezzo
espressivo valido, sarei pazza se pensassi una cosa simile, solo
che, un po’ perché la trovo particolarmente congeniale
alla mia sensibilità, un po’ forse per pigrizia, continua
ad essere la forma espressiva da me adottata. Confesso che mi stò
interessando al video e spero in un futuro di poterlo sperimentare.
Come dicevo, credo che il mezzo espressivo sia importante, ma non
fondamentale per il risultato artistico. Ognuno, deve trovarsi quello
a lui più congeniale. Ciò che invece mi sembra assurdo
è un certo accanimento a produrre ciò che dovrebbe
essere a tutti i costi nuovo; atteggiamento questo che caratterizza
gran parte del panorama internazionale delle arti visive contemporanee
con il quale suppongo tutti voi vi dovrete confrontare e che è
derivato dalla ripetizione sterile con banali varianti di una impostazione
sempre e comunque di natura concettuale (tutt’altro che nuova
se possiamo farne risalire le origini all’ormai famoso “Orinatoio”
di Marchel Duchamp del 1917) che non può produrre niente
di nuovo in quanto operazione totalmente razionale. Ciò che
ne contesto è la totale aridità in quanto l’opera
realizzata non è altro che l’immagine allo specchio
dell’idea che l’ha prodotta. Tra l’immagine pensata
e quella realizzata non esiste nessuno scarto poiché il processo
di costruzione dell’immagine è stato abolito. Non esiste,
appunto, nessun processo creativo…durante il quale l‘artista
possa rischiare “di perdere sé stesso” e solo
così riuscire a creare qualcosa “di nuovo”. Intendiamoci,
non basta dipingere per essere artisti…c’è tantissima
pittura in giro che arte non è, piuttosto accademia in cui
in qualche modo si ripete un’impostazione di natura concettuale.
Credo che l’unica salvezza risieda nel contenuto dell’opera
d’arte, qualunque sia il mezzo espressivo usato. Intendo dire
che se l’opera ha le caratteristiche di profondità
(intesa non nel senso razionale prospettico di derivazione rinascimentale
ma piuttosto in senso psichico) ed è veramente espressione
di una immagine interna, inconscia dell’artista allora dovrebbe
in qualche modo contenere un elemento di originalità e verosimilmente
esprimersi con forme che sono nuove anche se ciò può
non sempre essere eclatante e percepibile a prima vista. Questo
naturalmente non esclude la ricerca di mezzi espressivi nuovi senza
cadere però nel pericolo di un appiattimento dell’opera
per cui ciò che è importante è la sua esteriorità
con cui scioccare, provocare lo spettatore. Invece, il contenuto,
la sua capacità evocativa devono restare centrali…..solo
se è frutto d’elaborazioni di immagini profonde che
l’artista riesce a costruire fuori di sé può
veramente chiamarsi opera d’arte e quindi pretendere di avere
connotati, valenze di carattere universale capaci di creare uno
stato di risonanza con gli altri.
Per riuscire a realizzare ciò è importante sia, come
già sottolineato, la capacità di usare i propri mezzi
espressivi che non deve essere assolutamente sottovalutata e per
la quale necessitano anche anni di formazione, sia una carica inconscia
di vitalità e fantasia che un artista per essere tale deve
possedere. Carica che comunque non è data una volta per tutte
ma che anzi deve essere ritrovata, rinnovata continuamente. Problema
questo piuttosto complesso perché non può ovviamente
essere impostato razionalmente o comunque risolto meccanicamente.
Una caratteristica del mio lavoro è quella di procedere per
fasi che possono avere una durata di 2, 3 o più anni in cui
sviluppo un idea, un’immagine fino al suo esaurimento. Ogni
fase si caratterizza anche dallo stile particolare come se per produrre
nuove immagini fosse anche necessario utilizzare, esplorare un nuovo
modo per costruirle. Fatto questo importante soprattutto se pensiamo,
la storia dell’arte ce ne dà conferma, che un’opera
è tanto più riuscita quanto più l’idea,
l’immagine è fusa al processo di esecuzione.
Tra una fase ed un’altra spesso si situano periodi di difficoltà
ed insofferenza…..difficoltà a trovare uno stimolo,
un’idea con cui intraprendere un nuovo percorso. Esiste un
legame preciso tra la mia capacità a creare immagini, a dipingere
e la mia soggettività ed esperienza di vita….per intenderci,
impossibile fare quadri bellissimi in un periodo in cui proprio
non và! Anzi, direi che i momenti più oscuri della
mia esistenza si sono proprio caratterizzati per un’impossibilità
pressoché totale a creare immagini. Questo, comunque aprirebbe
un capitolo a parte da sviluppare magari in un’altra occasione.
INIZIO PROIEZIONE
Una caratteristica di tutto il mio lavoro dal 1990 fino al 1999
è l’utilizzo, l’integrazione nelle mie opere
di elementi presi a prestito dalla tradizione pittorica medievale,
anzi tardo medievale, in particolare senese. Due parole per raccontarvi
come è nata questa attrazione (…) Intorno al 2000 ho
iniziato una ricerca completamente diversa partendo dal movimento
della linea (…).
L’ultima serie di lavori, Condensazione,
si svolge partendo dagli inizi del 2002 ed è tuttora in fase
d’elaborazione. Per portare avanti la mia ricerca artistica
mi sono rivolta questa volta, in maniera abbastanza irrazionale,
cioè senza un pensiero a priori che potesse condizionarne
la scelta, al processo di costruzione dell’immagine del collage
che ho trovato per motivi ancora non chiari particolarmente congeniale.
O forse, qualcosa posso dire su questa scelta, se così possiamo
chiamarla. Impostare la costruzione dell’immagine partendo
da una miriade di piccoli pezzi di carta evitava ancora una volta
di pensare prima l’immagine da costruire che, al contrario,
veniva a formarsi gradualmente, seguendo un percorso non stabilito.
Inoltre, il pezzo di carta in sé, spesso strappato casualmente
in varie forme, in qualche modo diventava un supporto importante,
cioè diventava un elemento fisico con cui dovermi rapportare
e dal quale eventualmente accettare suggestioni.
Esistono dei legami con la serie precedente, Sogno di un nuovo mondo,
soprattutto per quel che riguarda l’impostazione, cioè
entrambe sono costruite senza una progettazione vera e propria e
senza far ricorso ad un disegno iniziale. Tra queste due ricerche
esistono però anche delle diversità. La linea, elemento
centrale di quella precedente, scompare quasi del tutto in quest’ultima
dove infatti l’immagine si forma a fatica dall’insieme
di piccoli pezzi di carta accostati l’uno accanto all’altro.
Quasi una sorta di sfida a far emergere un’immagine dal caos
di pezzetti di carta strappati; caos solo apparente perché
poi, infatti, a ben vedere, essi seguono un movimento preciso oppure
vengono impiegati per costruire, sottolineare le forme che man mano
cominciano a definirsi sulla superficie della tela*. Processo questo
abbastanza lungo e laborioso poiché l’immagine deve
formarsi attraverso una frammentazione estrema, attraverso frammenti
che vengono peraltro spesso attaccati e poi rimossi, uno sostituito
da un altro più grande oppure da uno più piccolo di
colore diverso a volte senza ragione apparente. Il risultato finale
è quello di una sorta di stratificazione quasi tridimensionale
di frammenti, pezzi di carta che nel loro insieme compongono l’immagine,
in molti casi ricomponibile e percepibile soltanto se vista da una
certa distanza.
Spesso ricorre il motivo del reticolato formato da piccole parti
dalle forme irregolari e dai colori più svariati, una sorta
d’arlecchino appunto che ha un suo antecedente in alcune opere
dell’anno 2001.
Come dicevo, l’elaborazione di questa serie di lavori è
tuttora in corso, quindi non sono ancora in grado d’impostare
un’ analisi critica ... spero questo mi sarà possibile
più tardi dopo aver raggiunto dei risultati perlomeno interessanti!!
* I collages dai quali sono partita si sono poi trasformati
in tele di grandi e medie dimensioni in cui ho adottato lo stesso
sistema di costruzione dell’immagine con rarissimi interventi
pittorici. (Novembre 2003)
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Ricostruzione in rosso Nuove Opere
Reconstrucción en rojo Nuevas Obras, catalogo, p. 51
Galería Nacional, San José, Costa Rica, 2005
Mi sono chiesta quale significato potesse avere esporre il mio lavoro in un paese che conosco appena e soprattutto in un paese con delle radici storico culturali così particolari e diverse da quelle dei contesti in cui sono solita mostrarlo.
Mi sono chiesta quale significato potesse avere per me ma anche per coloro che l’avrebbero accolto.
Ho cominciato a costruire le opere partendo da questi interrogativi.
Il mio tentativo è stato di evitare che esse nascessero semplicemente da una esigenza personale di espressione affinché potessero essere già potenzialmente rivolte ad un pubblico per quanto esso mi apparisse vago ed indefinito. Solo così forse, avrei potuto rappresentare dei contenuti che andassero oltre la mia esperienza individuale per abbracciare quei significati non consapevoli, non razionali, che possiamo universalmente attribuire all’uomo.
Non so se sono riuscita nel mio intento. Sono però contenta di aver accettato l’invito che mi è stato rivolto, una sorta di sfida alla quale ho cercato di rispondere.
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