Poetica


Poetica Artistica


Credo che l’arte sia uno strumento capace di creare un rapporto tra una dimensione inconscia, profonda ed il mondo esterno: capace di creare un legame, uno stato di risonanza con gli altri.
Le immagini dell’arte sono rappresentazioni complesse. Maggiore il livello d’elaborazione sia in termini di forma che di contenuto, maggiore sarà anche il valore artistico e con esso la loro potenza espressiva e di comunicazione.


TOP





Presentazione Percorso Artistico


In occasione della mostra “Sogno di un nuovo mondo – opere recenti”
Museo dell’Antica Grancia – Serre di Rapolano, Siena
21 Luglio 2001

(…) Quella che stasera vorrei presentarvi è una sintesi del mio percorso artistico partendo da San Francisco nell’anno 1990 per concludere con i quadri qui esposti dipinti in uno studio sulle colline senesi per lo più nei primi mesi di questo anno.
Vorrei prima spiegarvi, in breve, perché nel 1990 mi trovavo a dipingere così lontano dalla Toscana, da Siena dove tra l’altro sono nata.
Devo partire però dall’inizio e dire qualcosa sulla mia “vocazione” per la pittura che si manifestò in maniera improvvisa ed inaspettata all’età circa di 16 anni. Altrettanto improvvisa fu quindi la decisione d’iscrivermi all’Istituto d’Arte abbandonando gli studi scientifici che avevo da poco intrapreso. Devo dire però che questa subitanea passione per la pittura doveva invece avere delle solide basi poichè non mi avrebbe mai più abbandonata e si sarebbe poi sempre più intensificata ed arricchita di significati nel corso degli anni.
In verità, la scelta d’intraprendere gli studi artistici avvenne in un periodo della mia vita segnato da grosse difficoltà sia sul piano emotivo che su quello dei rapporti umani. A posteriori, vorrei poter inserire tale scelta all’interno di un mio movimento inconscio mirato a superare il conflitto esistenziale che stavo attraversando in quegli anni. Rappresentava quindi il tentativo inconsapevole d’utilizzare la pittura per determinare un cambiamento, una trasformazione nella mia vita che avvertivo come necessità vitale.
Questo profondo intreccio, rapporto tra arte e vita, il ripercuotersi nell’attività di pittrice dei miei stati d’animo ed il loro modificarsi nel complesso processo d’elaborazione dell’immagine, è una costante del mio lavoro d’artista tanto che ogni immagine può essere interpretata come una pagina del diario della mia esistenza intesa, non in senso figurativo ma come l’insieme di processi di trasformazioni inconsce.
Terminato l’Istituto d’Arte di Siena ho frequentato per quattro anni l’Accademia di Belle Arti di Firenze, determinata ad intraprendere la carriera di pittrice.
Al termine di questo percorso accademico, dopo una serie di viaggi-studio nelle principali capitali europee, si evidenziò, anche questa volta piuttosto repentinamente, la necessità di una separazione, di un distacco da una quotidianità segnata dalla ripetizione e dall’isolamento che, in quel momento, avvertivo essere senza speranza.
Così, abbastanza inconsapevolmente e casualmente, alla fine dell’anno 1987 mi sono trovata a San Francisco dove, all’inizio, vivrò un periodo di grosse difficoltà legate anche e non solo al confronto improvviso, senza mediazioni, con una lingua straniera avvertita come ostile e con dei modi di vita ed un contesto culturale per me assolutamente nuovi e sconosciuti.
Di nuovo, la mia ricerca artistica, lo sforzo ad ogni costo di continuare a dipingere rappresenterà un punto di riferimento fondamentale, una specie di ancora di salvezza che mi aiuterà via via a non cedere, a non desistere di fronte alle difficoltà.
Le immagini con cui tra poco inizieremo la proiezione, risalgono all’inizi dell’anno 1990 e sono precedute da due anni di lavoro caratterizzati da una lotta, spesso tenace, con l’impossibilità a dipingere, come per un vuoto interiore che rendeva vano ogni tentativo di costruzione dell’immagine che spesso, immancabilmente, si risolveva nel trasformare la tela bianca in una superficie nera dove era impossibile percepire qualsiasi figura o forma, al massimo un’atmosfera indefinita, rarefatta come senza tempo.
Intorno all’autunno del 1989 raggiunsi l’apice di questa crisi esistenziale….qualsiasi pennellata sembrava inutile e irrimediabilmente veniva subito cancellata.
In quel periodo frequentavo il San Francisco Art Institute, una tra le scuole d’arte d’avanguardia più importanti degli Stati Uniti attraverso la quale ero riuscita a conoscere ed a inserirmi nel panorama artistico di quella città.
Un mattino, presa nuovamente da un profondo sconforto, mi recai nella biblioteca di quella scuola dove in uno scaffale intravidi un libro su Paolo Uccello, pittore fiorentino attivo agli inizi del ’400 che era stato oggetto di una mia passione anni addietro, durante gli studi all’Istituto d’Arte.
Sfogliando quel libro fui improvvisamente assalita da una miriade di stimoli, la bellezza di quelle immagini variopinte era irresistibile….avrei inserito un dettaglio, un particolare di uno di quei dipinti nel quadro al quale stavo lavorando e che avevo appena lasciato nello studio al piano di sotto, sul cavalletto. Un quadro in cui per la verità dominavano il bianco e l’azzurro chiaro ma che sembrava rappresentasse soltanto un paesaggio, forse marino, caratterizzato dall’indeterminatezza, da un’atmosfera quasi nebbiosa ed indecifrabile.
Inserire quel particolare, in tutti i suoi dettagli, all’interno della mia composizione nell’angolo in basso a destra, quasi mi esaltava…come se l’immagine così creata corrispondesse ad una mia interna che finalmente ero riuscita a rappresentare. Oppure, forse, il frammento di Paolo Uccello aggiungeva alla mia immagine quel tocco di vitalità che in quel momento non riuscivo a trovare dentro di me e che ero costretta a cercare e prendere a prestito dall’esterno.
Vorrei sottolineare che l’inserimento più o meno parziale, più o meno rielaborato di elementi della tradizione pittorica italiana ed in particolare senese del periodo tardo medievale - inizio rinascimento, sarà una costante di quasi tutto il mio lavoro degli anni ‘90, in particolare di quello eseguito negli Stati Uniti.


San Francisco 1990

Questa serie di quadri segna l’inizio della mia attività professionale vera e propria. Non solo perché con questi arrivano i primi successi, l’ingaggio da parte di una galleria, le prime mostre e vendite ma anche perché con essi incomincia a delinearsi una ricerca formale e la nascita di uno “stile” personale determinato, almeno in parte, da un maggiore rapporto con i miei strumenti di pittrice. Cioè da un rapporto più fisico, più coinvolgente con il dipingere. Stavo iniziando un processo che tendeva ad una fusione, ad una sintesi tra idea ed esecuzione, tra immagine e materia.
Prima, era un po’ come se l’aspetto mentale, ideativo dominasse su quello del fare e le immagini fossero impresse sulla tela invece che derivate, costruite dalla materia; fondamentali sono stati la ricerca e l’utilizzo di nuovi strumenti e materiali: spatola, pasta per modellare, carta velina stropicciata e applicata per strati con la colla sulla tela ecc..
Ogni quadro di questo periodo avrà un tempo di realizzazione abbastanza lungo e tormentato. La riuscita di ogni quadro potrà essere letta un pò come il superamento di un conflitto, spesso accompagnato da sogni che si riferivano al processo di elaborazione.
Vorrei dire qualcosa sul perché di questa mia fortissima attrazione verso certe opere pittoriche che si collocano tra la fine del trecento e l’inizio del quattrocento, periodo di transizione tra arte medievale e rinascimentale.
Come sappiamo, i pittori senesi non accoglieranno pienamente la lezione rinascimentale fiorentina. Continueranno infatti a riferirsi alla tradizione pittorica narrativa medievale, aneddotica e un po’ naif, arricchendola però con la ricerca di una profondità spaziale assolutamente intuitiva anziché illusionistica e razionale come quella rinascimentale.
Era come se nelle loro immagini percepissi la presenza di qualcos’altro, di un’immagine interna loro che andava al di là del soggetto rappresentato e che caricava il quadro di una tensione, di un’atmosfera particolare e talvolta quasi magica.
Mi colpiva inoltre l’inserimento, spesso decontestualizzato, di elementi che non avevano niente a che fare con il soggetto del quadro, sempre o quasi, religioso e che assumevano significati nuovi, indecifrabili, come i due giganteschi corvi neri del quadro “S. Antonio tentato da un mucchio d’oro” del Maestro dell’Osservanza che dominano la scena ed appaiono essere i veri protagonisti. Oppure come la barchetta che sembra arenata nel prato verde e gli straordinari alberelli sullo sfondo dalle forme quasi umanizzate e piene di vita.


New York 1991-92

Intorno all’autunno 1990 una fase importante di ricerca sia personale che artistica cominciava a definirsi….. percepivo di aver finalmente raggiunto quella sorta di piattaforma di base che mi avrebbe consentito di continuare ad esplorare ed affrontare nuove realtà senza soccombere.
Insomma, mi sentivo pronta a compiere il grande passo….così, di lì a poco, agli inizi dell’anno 1991, mi trasferivo da San Francisco a New York, nella grandi metropoli statunitense.
I primi mesi trascorsi a New York sono segnati dall’insofferenza verso lo stile atmosferico, rarefatto che aveva caratterizzato le opere degli anni trascorsi a San Francisco. L’insistenza delle tonalità scure dei bruni e delle terre rendeva anche abbastanza difficile e problematica l’esecuzione per la difficoltà a distinguere le forme. Dopo molti tentativi, intorno al maggio dello stesso anno, riuscii ad evidenziare un cambiamento anche questa volta aiutandomi con la pittura di Paolo Uccello nonché con la famosa barchetta di Ambrogio Lorenzetti ("Paesaggio", recentemente attribuito dalla critica a Sassetta) che avevo già utilizzato in alcune opere del 1990 e che reinserirò poi, rielaborandola, in numerose altre.
Cominciano ad emergere delle figure, forme mentre la tavolozza si arricchisce, non più rigorosamente limitata ai colori scuri.
Nelle opere dipinte intorno all’anno 1992, molte delle quali ispirate ad un altra opera di Sassetta, "S. Antonio picchiato dai diavoli", s’accentua l’importanza non solo del soggetto delle immagini, ma anche della loro esecuzione. La materia s’ispessisce; il denso impasto di materie acriliche, applicato sulla tela quasi esclusivamente con la spatola, può solo essere aggiunto e non più tolto. Le immagini si presentano così come la risultante di molteplici strati di materia.
Incomincia inoltre a delinearsi quella che sarà una caratteristica di tutto il lavoro degli anni ‘90 e cioè il suo procedere per fasi. Lo svilupparsi di un’idea, l’insistere su un tema particolare fino al loro esaurimento, s’accompagnerà sempre alla trasformazione dello “stile” a conferma dell’impossibilità di separare il processo ideativo da quello esecutivo….come se un contenuto nuovo potesse emergere solo se costruito con forme nuove.
Il passaggio da una serie di lavori all’altra sarà sempre segnato da un periodo di transizione caratterizzato da un forte senso di vuoto, d’impotenza a creare; forse per una difficoltà a separarmi dall’elaborazione artistica precedente che rendeva poi impossibile intuire un qualcosa di nuovo da poter sviluppare.


LA CADUTA DEGLI ANGELI RIBELLI

New York 1993

Con questa serie di lavori, ispirata ad una omonima tavola del ’300, sento di essere finalmente riuscita a superare tutto il periodo precedente….finalmente posso tollerare delle immagini che abbiano definizione, forme che emergono con i loro contorni da fondi dai colori vibranti e non più sommerse e soffocate da atmosfere rarefatte.
La loro realizzazione segnò un momento particolare….per molti anni, forse tuttora, le ho ritenute le mie opere più importanti, in una parola, più “riuscite”, quelle di cui andavo più fiera; forse per la fusione raggiunta tra idea ed esecuzione (sono anch’esse dipinte con la spatola ed un ricco impasto acrilico), forse per il loro carattere monumentale e di grande impatto visivo o forse per il loro significato inconscio di cui comunque non ero consapevole.
Per circa un anno dalla loro esecuzione non riuscii a produrre nessuna opera significativa; ogni tentativo si traduceva in una disperata ripetizione meccanica del processo che mi aveva portata alla loro realizzazione. Insita in questa crisi c’era la convinzione, più o meno cosciente, di non poter, non solo superare, ma neppure più eguagliare quel livello artistico raggiunto.


PAESAGGI INTERIORI
New York 1994-96

Questa serie rappresenta il superamento della crisi seguita alla realizzazione degli Angeli Ribelli se non altro per essere riuscita a riprendere la mia ricerca sulle immagini. Forse non è un caso che la prima opera di questa serie, una piccola tela alla quale poi seguiranno con rapida continuità tutte le altre, fu eseguita nel mio studio a Siena, durante un soggiorno estivo in Italia.
Potrei attribuire questa ripresa anche ad un cambiamento della tecnica pittorica. A livello cosciente infatti pensai che ciò mi avrebbe costretta ad una costruzione diversa dell’immagine e quindi a nuovi risultati; sono dipinte con colori ad olio, una tecnica pittorica che, tranne qualche esperimento sporadico, non praticavo da anni. La nuova tecnica permetteva di aggiungere e togliere colore rendendo così il rapporto tra idea ed esecuzione estremamente intimo, direi organico. L’idea si trasformava immediatamente e continuamente nel movimento fluido del pennello intriso di colore senza intermediari, senza pesanti impasti da pensare e preparare prima e poi applicare sulla tela velocemente, prima che si asciugassero. Un errore poteva essere immediatamente cancellato, effettuato un cambiamento improvviso, così come poteva essere facilmente ripristinato il colore precedente.
Pur facendo ancora uso di riferimenti all’arte senese, queste opere sono costruite in maniera abbastanza libera e personale. È stata la serie più ricca d’immagini, forse quella realizzata in maniera meno conflittuale e che ha riscosso maggiore successo sia professionale che commerciale.


MOVIMENTO INVISIBILE

New York – Siena (Montechiaro) 1997-1998

In queste opere si manifesta il tentativo di rappresentare la figura umana, di rappresentarne un movimento direi…interno, comunque indecifrabile, non certo e che forse allude ad un fare “primitivo”; immagini atmosferiche, come non a fuoco, che rimandano ad una realtà che non è quella tangibile, materiale.
Sono realizzate senza lo studio di un modello ma servendomi di alcuni scatti fotografici e costruite con una miriade di pennellate di colori diversi poste una accanto all’altra il cui movimento definisce ora lo sfondo, ora, delicatamente, la figura. Quest’ultima non ha contorni definiti e non prevale mai sullo sfondo con il quale è invece intimamente connessa.


EMERGENZA

New York – Siena (Montechiaro) 1998-1999

L’elemento di continuità con la serie precedente è rappresentato dalla presenza della figura umana ora però inserita in uno spazio certo, definito e determinata dalla linea che ne costruisce i contorni.
Con questa serie emerge infatti, pur a livello embrionale, un interesse sulla linea. Incomincia cioè a formarsi l’idea di costruire delle forme che partano dalla linea nera, dal suo movimento, anche se in questa serie di lavori tale tema non riuscirà veramente a svilupparsi … verrà poi riaffrontato nei dipinti qui esposti.
Le linee nere infatti, spesso campeggiano sullo sfondo e s’interrompono senza soluzione di continuità con le figure che sembrano essere più che costruite, racchiuse dalla linea.
Il limite maggiore di questi dipinti, ultimati alla fine dell’anno 1999, mi è parsa la loro struttura, basata sul disegno e quindi abbastanza razionale. Questa è forse la serie più figurativa che io abbia mai realizzato. Nuovamente l’inserimento di elementi tratti dalla pittura medievale e classica….come la barchetta ed il diavoletto del Sassetta. Le figure sono invece tratte da dipinti di Tiziano e Rubens.


SOGNO DI UN NUOVO MONDO

Siena (Montechiaro) 2000-2001

La fine della serie precedente viene seguita da una profonda crisi, di nuovo dall’esigenza vitale di far emergere un nuovo ed allo stesso tempo dall’impossibilità totale a creare immagini. Quasi tutti i tentativi di pittura si risolvevano in immagini scurissime in cui a malapena s’intravedevano delle linee appena colorate. Comunque, dominava in me la sensazione d’inutilità, d’impotenza a far emergere un’idea che potesse avere una qualche consistenza.
Per intensità, potrei paragonare questa crisi all’altra altrettanto radicale, affrontata esattamente 10 anni prima a San Francisco.
Devo dire che è stata simile e non uguale disponendo questa volta, credo poter affermare, di una vitalità maggiore. Anche il modo in cui l’ho risolta è stato diverso. Infatti, l’esigenza che ora sentivo forte era appunto di riuscire ad ideare i miei quadri in maniera direi, improvvisata, senza cioè far ricorso a nessun elemento precostituito sia che fosse la barchetta del Sassetta o le figure di Tiziano o comunque a nessuna traccia di disegno verso cui avvertivo una sorta di profonda insofferenza.
Provai a lavorare su carta, materiale che fino ad allora avevo sempre rifiutato perché ritenuto troppo inconsistente. Ora invece il foglio di carta mi stimolava a cercare un’immagine sapendo che avrei comunque potuto facilmente accartocciarlo e gettarlo via per iniziare di nuovo su un altro bianco.
Sono partita dalla linea, da linee colorate che nel loro intrecciarsi e nel loro movimento creano una forma senza però chiuderla, definirla rigidamente. A questa struttura ne fa da contrappunto una più solida, definita quasi geometricamente sullo sfondo da linee nere. Alcuni dei lavori su carta eseguiti nell’anno 2000 sono qui esposti perché servono a comprendere i dipinti realizzati successivamente. Molti mi hanno chiesto il perché ed il significato delle lettere nere. In realtà non so esattamente, posso però dire che l’idea è seguita di poco a quella di lavorare sulla linea e che mi è stata suggerita da un lavoro collettivo di preparazione ad una mostra alla quale ho partecipato con un gruppo di amici, in gran parte artisti non professionisti. Un pomeriggio, entrando nello studio dove settimanalmente c’incontravamo, la mia attenzione è stata catturata da un mucchio di lettere ritagliate di legno e lasciate in un angolo dello studio. Immediatamente le immaginai nere, nerissime. Vi tentammo la realizzazione di una scultura che però non venne completata. Pensai poi d’inserirle nelle mie immagini.
Forse, a livello cosciente, le lettere le avvertivo come una presenza importante. Cioè, da una parte il rifiuto ad introdurre figure riconoscibili, dall’altra l’angoscia dell’astrazione. Le lettere non erano figura però, avendo un significato, credo possa dire simbolico, avevano un senso senza però appunto essere figura. Insomma, sentivo di aver bisogno della loro presenza nelle mie nuove composizioni.
I lavori qui esposti non rappresentano certamente un punto d’arrivo, piuttosto l’inizio di una ricerca ancora da sviluppare…..devo dire però che il percorso seguito per la loro realizzazione mi ha aperta a qualcosa di assolutamente nuovo.


TOP





Lezione Accademia di Belle Arti di Brera

Incontro con l’artista Franca Marini
“Esperienze d’artista tra Siena, San Francisco e New York”
Milano, 17 gennaio 2003

Innanzitutto vorrei ringraziare il Prof. S. Esposito e la Prof.ssa N. Braga per avermi invitata a parlare del mio lavoro. Un breve cenno alla mia formazione professionale e quindi al mio lavoro d’artista. Ho frequentato l’istituto d’Arte di Siena, poi l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Un po’ come immagino ciascuno di voi in quest’aula, ho seguito l’iter formativo classico di chiunque abbia chiara fin dall’inizio la propria “vocazione” artistica. Finiti gli studi accademici, ho viaggiato e trascorso qualche mese a Londra, poi, alla fine del 1987, mi sono trovata quasi per caso a San Francisco. Per caso non è la parola esatta……in realtà stavo attraversando un periodo di grande difficoltà ed insofferenza personali amplificate sicuramente dall’atmosfera che respiravo a Siena, la città dove sono nata. Siena è certamente una città d’arte bellissima d’altronde come la campagna…..forse troppo bella tanto da creare un senso quasi di dipendenza. Mi sentivo oppressa da quell’ambiente provinciale a cui attribuivo almeno in parte la responsabilità del mio forte isolamento. Inoltre ero spaventata dall’idea d’intraprendere la carriera artistica in Italia dove mi sembrava impossibile ricevere qualsiasi riconoscimento soltanto con la forza del proprio lavoro. Comunque la scelta di recarmi negli Stati Uniti non è avvenuta a tavolino, piuttosto in maniera abbastanza irrazionale e dettata dall’esigenza vitale di un distacco, di un cambiamento che non fosse solo materiale ma anche e soprattutto, personale.
A San Francisco frequenterò il San Francisco Art Institute, una tra le scuole più d’avanguardia degli Stati Uniti tramite la quale entrerò in contatto con l’ambiente artistico di quella città. Questa si rivelerà un’esperienza molto significativa poiché costituirà un confronto senza mediazioni con la cultura artistica americana. Agli inizi dell’anno 1991 decido di trasferirmi da San Francisco a New York dove vivrò per circa 10 anni iniziando così un altro importante capitolo della mia vita.
Le diapositive che vi mostrerò sono una sintesi del mio lavoro dall’anno 1990 a San Francisco ai lavori più recenti realizzati a Siena.
Due parole sul mio lavoro…..come potrete tra poco verificare, il mio mezzo espressivo è la pittura e quindi il mio interesse principale è rivolto all’immagine. Inizio a costruire un’immagine con uno stimolo, un’intuizione e solo una vaga idea di come sarà una volta ultimata. Tra l’idea iniziale e l’immagine finale, a volte realizzata attraverso un processo d’elaborazione quasi estemporaneo, altre volte più complesso per il quale possono occorrere giorni ma anche settimane, c’è sempre uno scarto o per lo meno ci dovrà sempre essere uno scarto…qualcosa d’imprevisto che alla fine mi dovrà sorprendere. Come se ogni immagine creata dovesse in qualche modo avere qualcosa d’importante, direi una sua “nascita” per poter veramente essere immagine artistica, avere cioè quell’elemento d’originalità che può essere trovato solamente durante il processo di costruzione; durante quel processo legato al fare materiale al quale attribuisco grande importanza poiché è il momento in cui, non so come, forse per una momentanea sospensione della coscienza, entrano in gioco delle dimensioni inconsce dell’artista senza le quali non credo sia possibile creare. Per poter lavorare bene è proprio necessario “perdere la testa”, non pensare, procedere un po’ affidandosi alla conoscenza del mestiere un po’ alle proprie intuizioni. Tanto maggiore è la propria professionalità, sicurezza ed abilità nell’usare gli strumenti del proprio lavoro, tanto maggiore sarà anche la capacità di “lasciarsi andare”, perdere cioè un assetto razionale.
Per quel che mi riguarda, le opere più importanti si sono spesso rivelate quelle in cui ho lottato di più o meglio quelle la cui elaborazione mi ha condotta al momento in cui mi sono sentita completamente persa…..in quel momento ho capito che dovevo rimettere tutto in discussione, entrare “dentro” l’opera rischiando tutto quello che avevo costruito fino a quel momento. Se ce la avrei fatta a “riemergere” l’opera costruita si sarebbe rivelata particolarmente significativa, altrimenti sarei dovuta ripartire da capo.
Sono consapevole del fatto che scegliere la pittura come mezzo espressivo è oggi una scelta abbastanza infelice…..è molto facile essere etichettati come “retrò” ecc. D’altronde non sostengo assolutamente che la pittura sia l’unico mezzo espressivo valido, sarei pazza se pensassi una cosa simile, solo che, un po’ perché la trovo particolarmente congeniale alla mia sensibilità, un po’ forse per pigrizia, continua ad essere la forma espressiva da me adottata. Confesso che mi stò interessando al video e spero in un futuro di poterlo sperimentare.
Come dicevo, credo che il mezzo espressivo sia importante, ma non fondamentale per il risultato artistico. Ognuno, deve trovarsi quello a lui più congeniale. Ciò che invece mi sembra assurdo è un certo accanimento a produrre ciò che dovrebbe essere a tutti i costi nuovo; atteggiamento questo che caratterizza gran parte del panorama internazionale delle arti visive contemporanee con il quale suppongo tutti voi vi dovrete confrontare e che è derivato dalla ripetizione sterile con banali varianti di una impostazione sempre e comunque di natura concettuale (tutt’altro che nuova se possiamo farne risalire le origini all’ormai famoso “Orinatoio” di Marchel Duchamp del 1917) che non può produrre niente di nuovo in quanto operazione totalmente razionale. Ciò che ne contesto è la totale aridità in quanto l’opera realizzata non è altro che l’immagine allo specchio dell’idea che l’ha prodotta. Tra l’immagine pensata e quella realizzata non esiste nessuno scarto poiché il processo di costruzione dell’immagine è stato abolito. Non esiste, appunto, nessun processo creativo…durante il quale l‘artista possa rischiare “di perdere sé stesso” e solo così riuscire a creare qualcosa “di nuovo”. Intendiamoci, non basta dipingere per essere artisti…c’è tantissima pittura in giro che arte non è, piuttosto accademia in cui in qualche modo si ripete un’impostazione di natura concettuale.
Credo che l’unica salvezza risieda nel contenuto dell’opera d’arte, qualunque sia il mezzo espressivo usato. Intendo dire che se l’opera ha le caratteristiche di profondità (intesa non nel senso razionale prospettico di derivazione rinascimentale ma piuttosto in senso psichico) ed è veramente espressione di una immagine interna, inconscia dell’artista allora dovrebbe in qualche modo contenere un elemento di originalità e verosimilmente esprimersi con forme che sono nuove anche se ciò può non sempre essere eclatante e percepibile a prima vista. Questo naturalmente non esclude la ricerca di mezzi espressivi nuovi senza cadere però nel pericolo di un appiattimento dell’opera per cui ciò che è importante è la sua esteriorità con cui scioccare, provocare lo spettatore. Invece, il contenuto, la sua capacità evocativa devono restare centrali…..solo se è frutto d’elaborazioni di immagini profonde che l’artista riesce a costruire fuori di sé può veramente chiamarsi opera d’arte e quindi pretendere di avere connotati, valenze di carattere universale capaci di creare uno stato di risonanza con gli altri.
Per riuscire a realizzare ciò è importante sia, come già sottolineato, la capacità di usare i propri mezzi espressivi che non deve essere assolutamente sottovalutata e per la quale necessitano anche anni di formazione, sia una carica inconscia di vitalità e fantasia che un artista per essere tale deve possedere. Carica che comunque non è data una volta per tutte ma che anzi deve essere ritrovata, rinnovata continuamente. Problema questo piuttosto complesso perché non può ovviamente essere impostato razionalmente o comunque risolto meccanicamente.
Una caratteristica del mio lavoro è quella di procedere per fasi che possono avere una durata di 2, 3 o più anni in cui sviluppo un idea, un’immagine fino al suo esaurimento. Ogni fase si caratterizza anche dallo stile particolare come se per produrre nuove immagini fosse anche necessario utilizzare, esplorare un nuovo modo per costruirle. Fatto questo importante soprattutto se pensiamo, la storia dell’arte ce ne dà conferma, che un’opera è tanto più riuscita quanto più l’idea, l’immagine è fusa al processo di esecuzione.
Tra una fase ed un’altra spesso si situano periodi di difficoltà ed insofferenza…..difficoltà a trovare uno stimolo, un’idea con cui intraprendere un nuovo percorso. Esiste un legame preciso tra la mia capacità a creare immagini, a dipingere e la mia soggettività ed esperienza di vita….per intenderci, impossibile fare quadri bellissimi in un periodo in cui proprio non và! Anzi, direi che i momenti più oscuri della mia esistenza si sono proprio caratterizzati per un’impossibilità pressoché totale a creare immagini. Questo, comunque aprirebbe un capitolo a parte da sviluppare magari in un’altra occasione.


INIZIO PROIEZIONE
Una caratteristica di tutto il mio lavoro dal 1990 fino al 1999 è l’utilizzo, l’integrazione nelle mie opere di elementi presi a prestito dalla tradizione pittorica medievale, anzi tardo medievale, in particolare senese. Due parole per raccontarvi come è nata questa attrazione (…). Intorno al 2000 ho iniziato una ricerca completamente diversa partendo dal movimento della linea (…).
L’ultima serie di lavori, Condensazione, si svolge partendo dagli inizi del 2002 ed è tuttora in fase d’elaborazione. Per portare avanti la mia ricerca artistica mi sono rivolta questa volta, in maniera abbastanza irrazionale, cioè senza un pensiero a priori che potesse condizionarne la scelta, al processo di costruzione dell’immagine del collage che ho trovato per motivi ancora non chiari particolarmente congeniale. O forse, qualcosa posso dire su questa scelta, se così possiamo chiamarla. Impostare la costruzione dell’immagine partendo da una miriade di piccoli pezzi di carta evitava ancora una volta di pensare prima l’immagine da costruire che, al contrario, veniva a formarsi gradualmente, seguendo un percorso non stabilito. Inoltre, il pezzo di carta in sé, spesso strappato casualmente in varie forme, in qualche modo diventava un supporto importante, cioè diventava un elemento fisico con cui dovermi rapportare e dal quale eventualmente accettare suggestioni.
Esistono dei legami con la serie precedente, Sogno di un nuovo mondo, soprattutto per quel che riguarda l’impostazione, cioè entrambe sono costruite senza una progettazione vera e propria e senza far ricorso ad un disegno iniziale. Tra queste due ricerche esistono però anche delle diversità. La linea, elemento centrale di quella precedente, scompare quasi del tutto in quest’ultima dove infatti l’immagine si forma a fatica dall’insieme di piccoli pezzi di carta accostati l’uno accanto all’altro. Quasi una sorta di sfida a far emergere un’immagine dal caos di pezzetti di carta strappati; caos solo apparente perché poi, infatti, a ben vedere, essi seguono un movimento preciso oppure vengono impiegati per costruire, sottolineare le forme che man mano cominciano a definirsi sulla superficie della tela*. Processo questo abbastanza lungo e laborioso poiché l’immagine deve formarsi attraverso una frammentazione estrema, attraverso frammenti che vengono peraltro spesso attaccati e poi rimossi, uno sostituito da un altro più grande oppure da uno più piccolo di colore diverso a volte senza ragione apparente. Il risultato finale è quello di una sorta di stratificazione quasi tridimensionale di frammenti, pezzi di carta che nel loro insieme compongono l’immagine, in molti casi ricomponibile e percepibile soltanto se vista da una certa distanza.
Spesso ricorre il motivo del reticolato formato da piccole parti dalle forme irregolari e dai colori più svariati, una sorta d’arlecchino appunto che ha un suo antecedente in alcune opere dell’anno 2001.
Come dicevo, l’elaborazione di questa serie di lavori è tuttora in corso, quindi non sono ancora in grado d’impostare un’ analisi critica...spero questo mi sarà possibile più tardi dopo aver raggiunto dei risultati perlomeno interessanti!!

* I collages dai quali sono partita si sono poi trasformati in tele di grandi e medie dimensioni in cui ho adottato lo stesso sistema di costruzione dell’immagine con rarissimi interventi pittorici. (Novembre 2003)


TOP





Ricostruzione in rosso Nuove Opere

Reconstrucción en rojo Nuevas Obras, catalogo, p. 51
Galería Nacional, San José, Costa Rica, 2005

Mi sono chiesta quale significato potesse avere esporre il mio lavoro in un paese che conosco appena e soprattutto in un paese con delle radici storico culturali così particolari e diverse da quelle dei contesti in cui sono solita mostrarlo.
Mi sono chiesta quale significato potesse avere per me ma anche per coloro che l’avrebbero accolto.
Ho cominciato a costruire le opere partendo da questi interrogativi.
Il mio tentativo è stato di evitare che esse nascessero semplicemente da una esigenza personale di espressione affinché potessero essere già potenzialmente rivolte ad un pubblico per quanto esso mi apparisse vago ed indefinito. Solo così forse, avrei potuto rappresentare dei contenuti che andassero oltre la mia esperienza individuale per abbracciare quei significati non consapevoli, non razionali, che possiamo universalmente attribuire all’uomo.
Non so se sono riuscita nel mio intento. Sono però contenta di aver accettato l’invito che mi è stato rivolto, una sorta di sfida alla quale ho cercato di rispondere.


TOP





Urban Lines

sinossi video
Agosto 2008

Urban Lines, pur non avendo una trama e non raccontando una storia, ha un senso, uno sviluppo di significati determinati dalla potenza espressiva delle immagini e dei suoni. Si propone di rappresentare un percorso, un viaggio interiore partendo dalla dimensione concreta del viaggio.
Gli spazi di una grande e lontana metropoli contemporanea, i grattacieli e le strade affollate da masse di persone in caotico movimento, progressivamente perdono i loro tratti concreti per trasformarsi nello spazio interiore della fantasia dove nascono le creazioni artistiche. Questa avvenuta trasformazione conduce ad una nuova visione e ad un rinnovato rapporto con la dimensione collettiva e sociale dell’essere rappresentata per antonomasia dalla città.
Il video inizia con delle riprese dall’interno di un treno in movimento della metropolitana di New York e termina con una panoramica su Roma. Nel passaggio tra queste due diverse realtà urbane si determina lo sviluppo dell’opera. Il nucleo generatore è costituito da immagini create digitalmente di grovigli di fili colorati da cui scaturiscono forme in movimento sempre mutevoli come a rappresentare il movimento rapido del pensiero ed il formarsi delle idee. Un pensiero che sembra non cessare mai come suggeriscono queste sequenze d’immagini che si alternano, si sovrappongono e scorrono parallele a quelle elaborate e deformate della città di New York, a quelle appena percepibili della città medievale di Siena nonché a quelle della Terra colta nel suo movimento rotatorio che allude non solo alla dimensione del viaggio e della scoperta ma anche a quella universale della metropoli. Si trasformano infine nelle sequenze create dall’elaborazione di opere artistiche scultoree e pittoriche le cui forme, perdendo gradualmente ogni consistenza materica, si fanno macchie rarefatte di colore senza contorni.
La parte finale del video apre con una sorta di risveglio sulla città di New York: l’apertura degli occhi sulla realtà, la separazione dal mondo muto, indefinito ed incerto della fantasia. Una progressione veloce d’immagini, una sequenza in movimento finalmente lineare come sospinto in avanti, una figura maschile che corre conducono ad una lenta panoramica su Roma, dapprima oscura e nebulosa, via via più chiara.
Nonostante il riferimento a tre realtà urbane a tratti identificabili, Urban Lines è un’opera che non vuole essere auto-referenziale e che aspira ad una dimensione e a dei contenuti universali attraverso la rappresentazione del mondo interiore delle immagini. Il carattere non figurativo e non realistico viene sottolineato anche dalla musica, elemento integrante di questo video per il quale è stata appositamente realizzata. Suoni ed immagini tendono a suscitare, provocare emozioni ed affetti piuttosto che a descriverli distaccandosi così da una struttura di tipo naturalistico ma anche da una concettuale che nega ogni intenzionalità comunicativa ed espressiva alla creazione artistica. Sia il materiale acustico che visivo, finemente elaborato, filtrato, manipolato, mira infatti a raggiungere una forma che, pur senza lasciare niente al caso, non sia rigidamente o aprioristicamente determinata ma al contrario realizzata all’interno di un processo creativo.
Le partiture musicali, che nella parte iniziale del video si susseguono e s’integrano ai rumori registrati delle strade e della metropolitana, non sono mai semplice accompagnamento o trascrizione sonora delle dinamiche che si succedono nelle varie sequenze visive. Esse vengono piuttosto interpretate musicalmente attraverso una costruzione di suoni che è invenzione e creazione autonoma. La forza comunicativa ed evocativa delle immagini viene amplificata dai suoni che a loro volta si definiscono nella compenetrazione con forme e colori in movimento. Immagini e suoni, attraverso il loro specifico linguaggio, riescono a stabilire una peculiare dinamica di rapporto potenziandosi ed esaltandosi a vicenda fino a raggiungere picchi di notevole intensità emotiva.


TOP





Universal Language

descrizione progetto
Aprile 2009

Nell’ideare questa installazione site-specific ho tenuto in particolare considerazione la peculiare collocazione dello spazio espositivo nonché la sua forma la cui circolarità evoca la conformazione sferica del globo terrestre. La parete di vetro determina una continuità con il mondo esterno trasformandolo in un luogo aperto che, assieme all’originale forma circolare, permette allo spettatore di percepire tutto lo spazio simultaneamente e di sentirsene circondato.
Queste caratteristiche ne fanno lo spazio ideale per sottolineare la capacità dell’arte di creare un legame profondo tra gli esseri umani indipendentemente da razza o cultura. E’ situato nella libreria di un’importante istituzione accademica e quindi parte di un contesto che preserva e sviluppa la trasmissione della conoscenza umana attraverso il linguaggio scritto. Mentre il linguaggio, ed in particolare la scrittura, costituisce un elemento caratterizzante l’identità ed il senso di appartenenza ad un paese, collettività e gruppo, l’arte può essere intesa come la lingua universale per eccellenza. Attraverso la fantasia e la creazione d’immagini è capace di trasmettere con immediatezza emozioni, sentimenti che si riferiscono ai significati e ai contenuti che appartengono all’esperienza umana primordiale più profonda e per questo universalmente comunicabili. Significati e contenuti che però possono divenire conoscenza umana reale solo se espressi attraverso la parola.
Ho cercato quindi di concepire un’opera che rappresenti quella che potrebbe essere un’esigenza inalienabile dell’uomo e cioè fondere e integrare l’universo delle immagini con quello della parola scritta.

L’installazione Universal Language è formata da cinque grandi forme, alcune costituite da parti multiple, collegate, unite insieme con fili di rame e corde che determinano un’unica opera che circonda l’intero spazio circolare come a voler rappresentare l’integrazione e la continuità tra le diverse culture del mondo. La quinta forma, che unisce le due entrate dello spazio espositivo, completa e abbraccia il cerchio della galleria.
Il supporto cartaceo, traslucido, permette alla luce naturale di attraversarlo, una superficie in continuo contatto con lo spazio esterno che si modifica in relazione all’intensità della luce. Tutta l’opera, che può essere vista sia dal cerchio interno che da quello esterno, è double-faced così da cancellare ogni distinzione tra fronte e retro. La traslucidità della superficie permette ai due lati di interagire tra di loro alludendo all’esigenza costante d’integrazione e comunicazione tra interno ed esterno, privato e pubblico, personale e collettivo. Gli spaghi e le corde creano su entrambe le superfici un gioco di linee che determina punti di collegamento, intersezioni, tracciati come in una mappa ideale del mondo.
Essi rappresentano altresì il flusso del pensiero del singolo e della collettività nel suo continuo, ininterrotto movimento e trasformazione e che possiamo considerare la matrice comune di due delle fondamentali creazioni nella storia del genere umano, la scrittura e la creazione di immagini e quindi, gioco di linee anche come scrittura, come una lingua universale che segna e scorre lungo un’enorme, immaginaria pergamena del mondo.


TOP

All rights reserved, Franca Marini website, webmaster