transnational migration and immigration - E-Words



gallery

Università degli Studi di Siena, dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali, Siena   28 Marzo - 27 Aprile 2019
opera realizzata all'interno del progetto europeo E-Words / Europeans Win Ostracism: from Remembrance to a Dialogue Society

 
foto di Massimo Marini
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installazione composta da 3 parti: forma 1, forma 2, area finale-centrale

stoffe, reti in fibra di vetro, colori spray e fili di rame, 57(p)x6,50(l)x8,40(h) m


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area finale-centrale 8,60(p)x6,50(l)x4(h) m







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forma 1 0,45(p)x2(l)x8,40(h) m




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forma 2 2,15(p)x1,15(l)x8,30(h) m





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 foto di Franca Marini
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area finale-centrale 8,60(p)x6,50(l)x4(h) m

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descrizione


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l’installazione Transnational Migration and Immigration di Franca Marini, realizzata per il Human Rights Institute at kean University, Union, NJ, 1 Febbraio - 20 Giugno 2018, nel Novembre 2018 è stata reinterpretata dall’artista per il chiostro cinquecentesco del complesso monumentale di Sant'Agostino, Montalcino, sede della Scuola Permanente dell'Abitare, in occasione della rassegna di eventi non ho paura dell'uomo nerovedi gallery

In questa nuova reinterpretazione l’artista si è cimentata con uno spazio architettonico contemporaneo, il complesso universitario Mattioli, sede del dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena, realizzato nel 2002 dall’architetto internazionale Adolfo Natalini. Per la sua installazione, l'artista ha scelto l'ala centrale, un lungo spazio rettangolare pieno di luce che alla sua estremità si apre verso la valle circostante.
La realizzazione dell’installazione è stata parte del progetto Europeo E-Words / Europeans Win Ostracism: from Remembrance to a Dialogue Society coordinato dalla Prof.ssa Alessandra Viviani, docente di Diritto Internazionale.

Immagini di uomini, donne e bambini ammassati su imbarcazioni di fortuna in balia della morte tra le acque del Mediterraneo o in marcia attraverso lunghissimi, rischiosi e talvolta fatali percorsi dai paesi centroamericani verso il Nord America, non possono lasciarci indifferenti, non possono non modificare la nostra percezione della storia presente. Elaborare attraverso le immagini dell’arte quella che possiamo definire una tragedia epocale può avere un senso. Come artista ho sentito l’esigenza e la responsabilità morale di farlo.
Con questa installazione ho però cercato di rappresentare non solo il viaggio di speranza a cui sono costretti milioni di migranti alla ricerca di una nuova vita, ma anche quel viaggio inteso come trasformazione interiore che ogni uomo e donna può dover intraprendere per superare, lasciarci alle spalle ciò che ancora non ci rende completamente umani. Una trasformazione che non può prescindere dall’incontro e accettazione del diverso, del non conosciuto e come tale da temere – il pericolo che il migrante rappresenta nell’immaginario collettivo della nostra società – che implica il riconoscimento nell’altro della nostra condivisa umanità senza cui costruire un mondo diverso e più giusto non è possibile.
Resti di ciò che un giorno era un riparo, frammenti di oggetti quotidiani impigliati su reti lacerate o come alla deriva dopo un naufragio, creano una scenografia che evoca un senso di smarrimento e lacerazione. Da un paesaggio desertico senza vita il visitatore viene condotto all’incontro con i volti di quegli uomini e quelle donne che hanno sfidato la morte. Il video alla fine di questo viaggio immaginario apre con il migrante Togolese, vittima come tanti altri di razzismo e intolleranza xenofoba, il cui ferimento scatenò i fatti di violenza che avvennero a Rosarno nel 2010.
Franca Marini, Gennaio - Ottobre 2018

allestimento


foto di Massimo Marini
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