| Critica
I Paesaggi Interiori
Robert C. Morgan
catalogo della mostra alla Elizabeth Harris Gallery
New York, 1996
traduzione : Martin Stiglio
Narrano una storia questi dipinti, una storia che si situa al confine
fra realtà e fantasia. Ogni dipinto è un microcosmo
che racconta di un risveglio spirituale con la semplicità
di un mondo mitologico. La nuova serie di opere di Franca Marini
raffigura il luogo interiore dove la realtà è trasformata
ed elevata ad una statura mitica. La conoscenza di queste immagini
tuttavia deriva all'autrice dalla sua percezione del mondo esteriore.
Dipingere la propria interiorità dandole un'apparenza di
realtà è un compito che richiede una determinazione.
Richiede una certa obbedienza alla propria visione, alla propria
introspezione. Nei dipinti di Franca Marini c'è molto delle
sue origini senesi, ma i "Paesaggi Interiori" sono molto
di più di un'incursione della tradizione nella contemporaneità.
Franca Marini è giunta negli Stati Uniti alcuni anni fa,
stabilendosi inizialmente sulla West Coast a San Francisco dove
ha frequentato il San Francisco Art Institute. Dopo un breve soggiorno
in Italia, è arrivata a New York dove lavora ormai da quasi
cinque anni. Sebbene questi "Paesaggi Interiori" siano
modellati sui villaggi toscani, è la loro valenza simbolica
a
caratterizzarli. Quelle persone raccolte in gruppi con i cavalli
e gli armenti, i cieli incombenti con le nuvole ovoidali, le colline,
la luce bizzarra, mistica, gli astratti angeli spettrali in bianco
e nero che lievitano in alto - tutto non potrebbe essere più
distante dall'aspro paesaggio urbano di Manhattan. Eppure, allontanarsi
dall'origine dei propri ricordi sembra generare un indubbio piacere.
Entrare in una realtà differente per riscoprire il proprio
passato e quindi trasformare tale realtà è il compito
dell'arte (o della psicoanalisi). Come lo scrittore Thomas Wolfe
già aveva scoperto, essere troppo vicino alle proprie origini
può impedire per sempre di scoprire come veramente le si
percepisce. La lotta per impossessarsi delle proprie origini richiede
una certa, necessaria distanza.
Alcuni artisti sono talmente immersi in se stessi da inondare di
narcisismo il proprio lavoro, fortunatamente altri sanno esprimere
la speranza di una diversa comprensione della vita e ci offrono
un nuovo punto di vista. Franca Marini è un'artista che comunica
una storia grazie ad un vocabolario altamente articolato di immagini.
E' una storia che emerge da una fonte diversa da quella usuale,
inquinata dal cinico gioco delle mode e della disperazione urbana,
una fonte più prossima alla natura. La capacità di
percepire veramente questi dipinti offre
all'osservatore qualcosa di speciale. Leggere il colore e le forme,
immergersi nella profondità di queste superfici è
un'esperienza che conduce oltre la struttura normativa della realtà
abituale.
L'esperienza offerta da queste opere si contrappone a quella delle
immagini vischiose che ci vittimizzano in questo mondo elettronico,
ipertestuale da fine millennio. Da un punto di vista buddista si
potrebbe forse affermare che i dipinti di Franca Marini affermano
una fede nella mente. Sono il dono di una pittrice che capisce come
la vita non vada mai oltre le cose fondamentali e che la storia
dell'arte è essenzialmente una lezione in come tali cose
fondamentali vengono rappresentate. Questo è ciò che
mette in relazione le bottiglie inondate di sole di Morandi con
il Suprematismo di Malevich. Ambedue rappresentano la semplicità
e l'immediatezza, la visione di un artista resa manifesta a noi
tutti.
I dipinti di Franca Marini, quei gruppi di persone raccolte sotto
dei cieli enormi, offrono dei riverberi coloristici e comunicano
un'eccitazione per la vita. E questo è quello che accade
quando la vita esiste in rapporto allo spirito dell'arte. Ma qual'è
il discorso che sostiene tale spirito? Ecco un compito che si presta
alle analisi dei semiologi e dei sociologi. Per la maggior parte
degli osservatori tuttavia, il piacere di queste visioni interiori,
distanti dall'ambiente metropolitano, ha molto da dire. Franca Marini
ha compiuto la sua introspezione da lontano, al fine di evolvere
una nuova prospettiva sul presente. E' un discorso il suo, relativo
alla pittura; tuttavia all'interno di questi dipinti ci sono rappresentazioni
di vite semplici ricolme di ansietà spirituali che sono tipiche
di tutti noi indipendentemente da cultura, razza o classe sociale.
Isuoi sono dipinti che ci dicono come la vita rimanga sempre sostanzialmente
la stessa fonte di piacere e di mistero se solo permettiamo all'esperienza
di diventare la nostra fonte di conoscenza.
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Sogno di un nuovo mondo
Domenico Fargnoli
catalogo della mostra “Sogno di un nuovo mondo - opere recenti”, Museo dell'Antica Grancia
Serre di Rapolano (Siena),
2001, p. 5-9
Dove nascono le idee i ricordi si intersecano in linee colorate,
segni che attraversano il tempo come fasci di luce.
Linee che non sono spirali di serpe
ma sottili fili di acciaio che roteando intreccia una mano sapiente
in un cavo teso sopra l'abisso del nulla.
Cos'è il pensiero?
Cos'è il pensiero che come un equilibrista posa i suoi piedi
leggeri sopra una corda rossa
che, come un navigatore, unisce in una rotta due punti lontani?
Forse è una stella scura che cattura energia per donarle
una forma diversa... forma diversa che emerge in linee che per un
paradosso non sono più nere ma attirano il colore, segni
che attraversano il tempo come fasci di luce,
come onde di musica che ascolti nella solitudine,
reti calate nel tramonto, nell'ombra subentrante della sera per
catturare l'argento delle immagini.
Cos'è il pensiero...
Il calzolaio che tira con forza il filo passato nella pece non segue
un'idea ma col suo grembiule sporco indossato come una pianeta non
è nemmeno un filosofo socialista quanto il sacerdote di un
rituale, in un lavoro da sempre lo stesso.
L'arrotino che si arrampicava nelle strade polverose con la sua
strana bicicletta fermandosi sul selciato della piazza del vecchio
paese attirava i bambini ed i curiosi.
Le scintille della mola erano un divertimento per gli occhi mentre
la mente rimaneva vuota nell'ipnosi della ripetizione e del movimento.
Il calzolaio, l'arrotino danno solo una parvenza di nuovo a ciò
che la fatica del vivere consuma: oggetti quotidiani racchiusi entro
i paradigmi dell'utile e del bisogno.
Il calzolaio e l'arrotino non sono artisti...
Potrebbero aver rimosso l'angoscia e la colpa di aver perso od ucciso
il proprio bambino...
...solo l'artista sente l'esigenza di una vita sempre diversa come
una donna che giace nel tuo letto e non sai se la mattina la troverai
al tuo fianco.
Non sai a chi domani lei regalerà la sua nascita.
L'arte non è un mestiere che si può esercitare con
diligenza e continuità cosciente nell'eclettismo delle citazioni
che colma il vuoto interiore, nel manierismo di reiterare i propri
momenti migliori.
C'è una sapienza indecifrabile nel silenzio,
nell'immobilità apparente e nell'attesa che precede i momenti
imprevedibili del fare senza sapere.
E' un segreto, ogni volta da interpretare, la lontananza, l'intervallo
necessario della creazione senza il terrore del vuoto e dell'abbandono.
Che cos'è il pensiero?
Nel silenzio l'artista si interroga su quanto nella mente sfugge
ad ogni controllo e potrebbe pertanto non essere ragione o coscienza.
Si interroga su quel linguaggio che sorge dentro come per una magia
anche quando le labbra rimangono chiuse.
Cos'è l'eco senza suono che sentiamo, questo senso che l'occhio
interno coglie in una composizione di linee senza figure?
La parola o la lettera muta ci stupisce quando cerchiamo di compiere
quella capriola che riveli la sua immagine latente ed il colore
del suo affetto.
La fantasia le fornisce ali di farfalla ed essa sembra posarsi sopra
il bianco della tela tesa da assi di legno. Oppure si perde, falena
attratta da un fuoco nella notte.
Scompare in un bagliore.
La luce di una lampada che vegliava sul lavoro fedele di Penelope
l'ha resa cieca.
Lettera, parola resa cieca dalla vicinanza eccessiva della luce
e da allora perduta quasi fosse una caravella alla deriva, alla
deriva sull'oceano... una distesa d'acqua sempre uguale senza una
rotta, senza una linea tracciata sulla rosa dei venti...
lettera, parola perduta che scivola via come il timone dalle braccia
di Palinuro.
Il nocchiero si era addormentato questa volta cadendo nel sogno
di un nuovo mondo.
Il nuovo mondo era solo un sogno, un sogno che poteva essere destinato
a svanire in un sonno di morte.
Il sogno sarebbe stato l'illusione della vera vita oltre l'incubo
della quotidianità nel momento in cui ogni gesto, ogni idea
si carica di dolore.
Un dolore strano che scaturisce dal nulla della mente quando le
linee sembrano diventare incisioni sulla pelle che solo l'atto di
un medico può trasformare in cicatrici dando ad esse il senso
della cura e della guarigione.
Dolore strano, sensazione urente che segnala un principio di congelamento
prima dell'anestesia e del freddo totale che intorpidisce le membra.
Il senso e l'immagine della cura lenisce quel terrore di scoprirsi
senza un pensiero proprio che può all'inizio gettarci in
balia di quello che crediamo essere dolore ma che nasconde lo spavento
estremo per il mistero di un linguaggio che non ci appartiene, di
una parola che solo una volontà sacra e divina potrebbe aver
trasformato in sofferenza della carne.
La paura più grande è perdere la mente in quel groviglio
di fili che tessono le parole come ricami d'oro.
Panico incontrollabile di smarrirsi in quell'atto che quando le
immagini sembrano scomparire ci fa comprendere la loro presenza
nascosta in linee e segni che la malattia potrebbe rendere invece
indecifrabili.
Scoprire cos'è il pensiero è capire la sua paura come
un'assenza che potrebbe improvvisamente rivelarsi in una linea che
spezzandosi sancisse per sempre il vuoto e la frattura.
Storicamente è stata un'idea della ragione che il pensiero
non potesse pensare se stesso se non accettando la propria esistenza.
Pensare ed essere si sono uniti insieme in un legame indissolubile.
Nello stesso tempo è divenuta impensabile l'esistenza di
un pensiero fuori dalla coscienza. Fuori dalla percezione certa
dei sensi fisici,
dall'uso di un linguaggio che non conoscesse solo la soddisfazione
dei bisogni.
E' diventata però incomprensibile anche l'assenza del pensiero
nella ragione stessa che ha cercato il fondamento di tutto, la certezza
assoluta nella mostruosità di una percezione delle cose materiali
che può essere scissa dalla vitalità e dall'inconscio.
Ma l’arte è stata spesso nemica della ragione.
Essa ci ha sovente mostrato che il pensiero esiste anche nell'assopimento
momentaneo della coscienza in cui l'artista crea l'immagine come
posseduto dalla diversità del proprio fare irrazionale, dalla
rivelazione di un'estraneità che, inspiegabilmente, non è
malattia o dissociazione.
L'immagine espressa nella materia dell’opera d'arte non esiste
altrove che nella mente di chi l'ha creata
e di chi è in grado di percepirla da segni particolari, linee
che guardando il profilo di una statua si formano solo nell'inconscio
dell'uomo.
Quest'ultimo ha in sé una bellezza che non esiste in natura.
La lettera, il profilo scolpiti nella roccia conservano la traccia
di un'intenzionalità che può attendere anche per millenni
qualcuno che con lo sguardo le ridoni nuova vita.
Un crinale eroso dal vento è, invece, una forma casuale senza
contenuto. Non ha senso se non nelle metafore dei poeti e nelle
creazioni dei pittori che hanno usato e deformato il paesaggio,
la montagna, come Cezanne, per esprimere se stessi.
Nel sonno l'artista sogna... ma non genera mostri...
sogna un nuovo mondo senza lasciar scivolare, come Palinuro, il
timone.
Senza perdere la rotta per quella scomparsa della linea che creerebbe
l'irrealtà di una visione di solo colore.
Follia sarebbe una pittura senza contorni fatta di scotomi luminosi,
cecità di punti e macchie senza definizione.
L'artista sogna e forse in questo modo accetta l'esistenza del pensiero
inconsapevole,
si abbandona ad una passione col rischio che potrebbe non avere
futuro, solca un mare attratto dalla bellezza incurante se domani
ci sarà tempesta.
Così la vita passa e gli eventi accadono e noi ci accorgiamo
solo dopo di essere stati gli artefici inconsapevoli del nostro
destino senza intervento della coscienza, senza il fatalismo della
ragione.
L'essere, il pensiero ci investe e ci travolge piacevolmente con
il suo incessante movimento che è come un'onda che ci colga
di sorpresa...
...sentire che siamo...
...noi siamo mentre l'immagine, il linguaggio interno si forma e
si definisce da solo e si trasforma talora in gesto..
..gesto del disegnare, del dipingere, dell'incidere...
..gesto del dire senza rendersi conto...
ma anche gesto del curare quasi senza volere mentre l'altro afferra
una corda invisibile, un filo sottile che vibra e trasmette le parole
di una continua e solo in parte volontaria ricerca.
Il medico, lo psichiatra che con la parola cura il suo paziente
può quindi essere considerato anche lui un artista?
Certo c'è stato un tempo in cui non sapeva o non gli interessava
di esserlo quando aveva tessuto, come un bruco laborioso, i bozzoli
di seta dai quali le idee erano volate via per gonfiare le vele
degli emuli di Colombo,
quando con la geometria di piccoli rami, foglie ed erba, aveva costruito
quel nido su cui un uccello con la macchia gialla sulla testa aveva
deposto un sogno,
uovo maculato destinato ad una lunga incubazione.
Sogno di un nuovo mondo destinato a schiudersi in una visione, in
un'immagine artistica che non si perdesse nella veglia e che non
scomparisse in un sonno di morte.
Forse lo psichiatra è stato costretto ad essere anche artista
per creare un linguaggio nuovo e diverso, per esplorare quel continente
sconosciuto dove nascono e muoiono le idee degli uomini, dove i
ricordi si intersecano in linee colorate, si sovrappongono come
onde di musica, si intrecciano come reti calate nel tramonto.
L'interpretazione dei sogni fa nascere le idee, camminare le statue,
nutre di sangue il pallore dei quadri.
Si potrebbe scoprire allora che l'opera d'arte è la persona,
il corpo vivente che si trasforma mentre compare la linea e l'immagine
diventa parola.
...cos'è il pensiero...
...un frutto proibito strappato dalle spire di un serpente.
Esso ridona la bellezza e fa sparire le ferite mentre il filo tagliente
di una lama incide la sofferenza con la quale una divinità
malvagia ha punito il desiderio di conoscenza.
La follia di un rapporto senza affetti
è solo un ricordo lontano,
la maledizione ed il demone di uno sciamano
di fronte alla quale non si può che sorridere.
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Il senso delle cose
Alcune note sulla pittura di Franca Marini
Anna Maria Panzera
catalogo della mostra “Sogno di un nuovo mondo - opere recenti”, Museo dell'Antica Grancia
Serre di Rapolano (Siena),
2001, p. 33-37
La ricerca del senso delle cose è operazione da minatori,
da cercatori d'oro. Difficile vedere esattamente quello che si dipana
sotto i nostri occhi, mentre i riflessi sull'acqua c'ingannano e
ci fanno immaginare ricchezze sommerse. Il latente, celato dietro
i veli del visibile, ci chiede di mettere in moto sufficiente fantasia,
così da cambiare lo stimolo della percezione, e la risposta
che ne consegue, in presenza che arricchisca l'oggetto del nostro
sguardo, che lo riconosca in ogni piega del suono comunicato, che
soprattutto non lo depauperi.
Quando poi l'oggetto in questione è un manufatto artistico,
spesso chiede precipuamente di non essere capito (almeno nell'accezione
più consueta del termine) ma solo d'essere guardato, per
poter parlare quel linguaggio tutto suo in piena libertà,
per poter sperimentare se l'espressione riesce ad arrivare alla
comunicazione pur parlando a gesti, con linee e con colori. Spesso
straniero in patria, l'artista potrebbe chiedere al critico di farsi
da parte, o almeno d'intraprendere la fatica di liberarsi dal sovraccarico
delle nozioni acquisite, alla ricerca di quella scaglia d'oro, sfuggita
alla corrente del già noto. Senza sprecare il bagaglio d'informazioni
che giustamente devono essere date a chi s'avvicina all'opera ed
all'autore sconosciuti.
Con questo pretenzioso intento, mi accingo a guardare le tele che
Franca Marini, durante una visita nel suo laboratorio senese, sposta
agilmente da una parete all'altra, da una stanza all'altra del locale,
posto su una magnifica collina senese. La luce della giornata, piovosa
ma accesa a tratti da lingue di sole che riescono a penetrare la
cortina delle nuvole, ha una parte importante nel contesto della
situazione; benche ci si aiuti con la luce artificiale e benche
successivamente lo studio delle opere sia completato da fotografie
eseguite con perfetta illuminazione, l'impressione di quella giornata
rimane, aggiungendosi e mischiandosi agli sguardi lanciati dopo
su quelle stesse immagini riportate su pellicola, alle parole scritte
a distanza di tempo ancora maggiore. L'autrice me ne vorrà
per questo?
Ma no, è lei che mi racconta di amare i cieli dai toni arancioni
e grigi, o gli azzurri interrotti dal bianco convulso dei cirri.
Credo di capire che la sua fantasia corra sulle tracce della memoria
che si trasforma in gesto prima che in pensiero e cerco di fare
altrettanto dopo il suo invito a scrivere di lei. Guardo i quadri:
privilegiate le terre con accensioni improvvise di gialli e di rossi;
una linea talvolta continua, talvolta spezzata, talvolta nera, talvolta
colorata fino a sfumarsi nello sfondo; quest'ultimo porta al centro
di una percezione particolarissima, che ogni tanto prova a prevalere
sul resto
della composizione.
I quadri di Franca mi danno l'impressione di qualcosa di noto e
qualcosa d'innovativo. Non posso non confrontarli immediatamente
con gli eventi che nell'anno corrente sembrano essere fra i più
rilevanti: le mostre romane di Calvesi e Bonito oliva sul Moderno
e sulla contemporaneità; l'ultima Biennale veneziana che,
uscita con qualche ferita dalle recenti
edizioni attraversate da polemiche millenarie e da effettive cadute
di stile, sembra essersi imposta quest'anno con la freschezza di
talenti giovanissimi, finalmente scelti sull'onda del gusto personale
dell'attuale curatore, Harald Szeemann. Senza fare vaste ricostruzioni
ed analisi specifiche su ciascun evento, già presenti in
versioni innumerevoli sulle riviste specializzate, rilevo ciò
che a tutti è evidente. Nella compresenza fra i mezzi più
moderni che la tecnologia oggi possa offrire e le pratiche tradizionali,
molti dei prodotti che vengono offerti ai nostri occhi trasudano
un'anima concettuale, che non riesce ad appassionarmi, in verità
neanche ad interessarmi o ad incuriosirmi se non limitatamente ai
miei doveri di storico.
Mia inibizione personale? La difendo e ne faccio un'identità
di pensiero, perchè nell'arte cerco altre cose e perche sono
consapevole di agire un rifiuto legittimo verso operazioni estetiche
che a mio parere appoggiano un'ideologia antiumanista e velenosa.
Tuttavia il confronto mi sembra utile: il panorama nazionale ed
internazionale delle discipline estetiche si apre ai giovani artisti,
Franca Marini è una giovane artista; fra l'altro, ha con
loro in comune un lungo training ed un'attività espositiva
al di fuori dei circuiti nazionali, in quell'ambiente oltreoceano
che difende una politica forse più intelligente nei confronti
dei nuovi talenti, di quanto non si faccia qui da noi. Dunque Franca
si è certamente trovata a contatto strettissimo con le tendenze
attualmente in voga: l'immancabile video-art, il moderno futurismo
della computer-art, le fotografie sofisticate, le performances,
l'uso più o meno patologicamente segnato del corpo fra alcuni
artisti, la multimedialità, le installazioni e via dicendo.
Tuttavia, la sua espressione è rimasta legata a modi, se
vogliamo, meno avanguardisti, allungandosi ancora sulle morbidezze
della materia pittorica, sul bel segno,
sul bel colore.
Se per alcune delle opere precedenti - qui non in mostra - nella
pittura di Franca Marini si potevano rilevare degli elementi in
comune con la Transavanguardia (per la presenza della materia pittorica
sapientemente modulata, per l'imporsi della figura e delle sue implicazioni
semantiche, per il richiamo continuo fra elementi riconoscibili
e segni meno immediatamente interpretabili, che denotavano un'atmosfera
che a volte sfiorava il simbolismo o forse una resistenza ad abbandonare
miti personali e familiari), oggi le sue tele ci parlano di una
precisa "controtendenza" assunta dalla pittrice. Nel l984
Giovanni Testori, a proposito dei nuovi pittori della Transavanguardia,
affermava: "A differenza di quella dei loro padri, la loro
protesta non risulta di natura sociale o ideologica: bensì
torrentiziamente esistenziale; forse, addirittura, imperquisibilmente
fetale. (...) Sanno, questi pittori, che la cecità dell'uomo
non può più farsi dipendere, come un tempo si credeva,
da questo o da quel potere, bensì, e brutalmente, da quella
condizione di base che è il nascere; quasi che il cordone
ombelicale d'ogni uomo fosse legato a un grumo oscuro, a un oscuro
cespo di cupezza, di rovina e di morte"(1).
Sono convinta che l'analisi di Testori rispecchiasse abbastanza
fedelmente la base teorica sulla quale si spostava (e forse si muove
a tutt'oggi) la Transavanguardia, anche se è possibile che
qualche artista abbia avuto da ridire di fronte ad affermazioni
così perentorie. Di sicuro, però, le immagini che
Franca Marini fa emergere dalle sue tele non si muovono in quest'ambito:
visto che vi si legge la certezza che la condizione di base cui
Testori si riferisce non è origine e ragione di cecità;
piuttosto di creatività, potenzialità, apertura progressiva
degli occhi su un mondo di colori e di forme che aspettano di essere
trasformate dalla fantasia dell'artista in immagini visibili.
È quello il mondo che riempie i quadri in mostra? Che si
traduce negli elementi di astrazione lineare e cromatica? A me pare
che ci si trovi di fronte ad un vero e proprio movimento a ritroso
- sia lungo la linea su cui attualmente si svolge la storia dell'arte,
sia lungo il tracciato personale dell'autrice - che, lungi dal rappresentare
un'involuzione del gusto e della ricerca, s'impone invece come originalità.
Forse sarebbe meglio ancora dire "originarietà".
Provo a spiegare meglio ciò che voglio intendere. Attualmente
l'arte contemporanea, foraggiata da un numero impressionante di
curatori di mostre e di artisti, mostra una spiccata tendenza alla
pratica della citazione, più o meno consapevole, di quanto
fu prodotto dai nomi ormai storici dei movimenti nati negli anni
sessanta e settanta del Novecento. In un interessante articolo apparso
sul numero 227 di "Flash Art"(2), lo storico dell'arte
Marco Senaldi ha tratteggiato un quadro assai veritiero della situazione,
sottolineando come la fondamentale povertà d'idee dell'arte
contemporanea corrisponda anche ad un'estrema debolezza del pensiero.
Questa debolezza, lungi ormai dal poter essere proposta come un
atteggiamento mentale (come ho già detto, ripercorrente le
tesi delle filosofie antiumaniste, le quali hanno da tempo perduto
la loro spinta provocatoria e la loro densità cerebrale,
dissolvendosi nell'unica realtà della loro inconsistenza
teorica e propositiva), ha portato gli artisti al crocevia esistente
tra la ripetizione di prodotti ormai divenuti canonici (performances
ed installazioni comprese), e l'immissione degli stessi nel mercato
dell'arte. Anche quando il visibile, offerto agli occhi di spettatori
sempre più indifferenti (d'altra parte, non viene richiesto
alcun atteggiamento critico), prova ad essere detestabile o a suscitare
quel famoso "perturbante" di freudiana memoria, sinceramente
non provoca che qualche ammiccamento, subito annacquato nei drinks
e nelle amabili conversazioni del vernissage.
La stessa critica d'arte è divenuta raffinato esercizio retorico
e persuasivo e, quando partecipa con gli artisti alla ricerca del
successo, ama perdersi nei meandri del "concetto": non
esiste una ricerca del significato e del senso dell'arte (come giustamente
afferma Senaldi, insieme alla ricerca del "nuovo", questi
sono valori troppo legati al Moderno, perciò demodè),
non esiste una ricerca sull'identità dell'artista, del quale
è sempre più difficile ricostruire un percorso che
non sia solo estetico, ma anche umano; anzi, che sia estetico in
quanto umano: convinti come siamo che l'arte non possa prescindere
dalla persona ed in questo confortati dal parere di uno studioso
che non può essere tacciato di passatismo: Harold Rosenberg(3).
Senza dubbio, perciò, Franca Marini è da dichiarare
fuori moda. Nei suoi quadri non solo è visibile un percorso,
ma questo ci porta addirittura indietro nel tempo, a quando - prima
degli anni sessanta e soprattutto settanta - l'operazione avanguardista
di distruzione della figura e della forma era prolungata a cercare
l'emergenza del segno e significava ancora il tentativo di trovare
il linguaggio dell'inconscio, la sinteticità delle prime
espressioni, l'indefinitezza delle prime immagini di vita. Ciò
che tutti gli uomini cercano, ciò che solo gli artisti riescono
a rappresentare; ciò che fa arrovellare gli studiosi nel
tentativo di comprendere se quell'immagine presentata come assoluta
ed indiscutibile è veramente tale o è un inganno,
se è davvero libera espressione o è falsificazione.
Per far questo, è doveroso comprendere se il percorso a ritroso
di cui sopra si parlava è puramente formale, oppure è
un percorso a ritroso compiuto dall'artefice dall'esteriorità
verso l'interiorità, la propria. Qui, messo a nudo, il suo
animo si schiude ai nostri occhi, con coraggio e con orgoglio. Nessun
concetto, nessuna dichiarazione d'intenti, nessun materiale
innovativo. Le tele si colorano e s'impastano di pennellate corpose,
alcune linee si dipanano o s'aggrovigliano in risultanze sfumate
di forme geometriche, accenni di forme, qualche lettera. È
l'Informale? Action painting? Pittura materica? Poesia concreta?
Scrittura visiva? Definizioni per dire tutto e niente. A partire
dal l988, anno in cui Franca è approdata sulle coste americane,
e forse anche da prima, dal tempo delle prime apparizioni di fronte
ad un pubblico italiano, le sue prove pittoriche sono indubbiamente
mutate. Caratterizzati da un pesante tratto nero, molti suoi quadri
presentavano un legame assai stretto con temi figurativi e con tratti
di pensiero cosciente, a mano a mano concretizzato in forme geometriche
o umane, che attualmente sono completamente scomparse.
La materia cromatica, invece, rimane deformabile e densa, plasmata
con modi quasi espressionistici, in grado di produrre atmosfere
diverse: calore vitale nei rossi -arancio, neri respingenti, bianchi
aperti e ricettivi. Accanto a questi elementi squisitamente pittorici,
si ritrova una linea che sembra essere quella delle prime prove
artistiche: in realtà, tanto allora essa serviva a racchiudere,
tanto si qualificava come contorno, quanto oggi tende a muoversi
sulla tela in maniera apparentemente arbitraria. Non contiene più
alcuna figura, ma questo non le impedisce di dilatarsi fino a farsi
forma essa stessa: una forma a volte aspra, quasi da xilografia,
soprattutto quando s'appoggia sugli sfondi chiari. Altre volte è
un reticolo che sembra trattenere fili di memoria, immagini percepite
e dimenticate, che riemergono solo se richiamate da quello stimolo
infallibile che scatta nell'appoggiare il pennello alla tela. Colori
trattenuti nei lembi di stoffa di un vestito d'arlecchino e poi
lettere, forme, suoni. Come l'impronta della voce udita d'un amico,
rimasta aggrappata ai tessuti molli dell'interiorità, dove
combatte ancora con le armi puntute o ricurve di una verità
che s'impone.
La storia racconta della ricerca sul segno e del tormento legato
al segno che si fa scrittura. Chissà se la pittura soffre
di un'invidia appassionata e amorosa nei confronti di quelle piccole
tracce, sospettate di possedere il segreto della creatività,
che il colore da sempre ha voluto per sè.
Di certo, non si può negare che l'arte contemporanea sia
tutta giocata nel confronto con il linguaggio (e questo riporta
Franca nell'attualità più cocente); nonostante ciò,
quando una lettera s'appoggia ad un supporto che comunemente non
le è proprio, come può essere una tela, i quesiti
sui termini saussuriani di langue e parole, di senso e di significato,
s'intensificano e si complicano; le teorie linguistiche e semiologiche
più accreditate non danno risposte pienamente soddisfacenti
(anche se importantissimo è stato il loro contributo alle
poetiche visive), mentre l'arte - nel sottrarre la scrittura al
suo ruolo denotativo - corre il rischio di relegare la stessa ad
un livello puramente decorativo. Nel passaggio dalla scoperta gestuale
del segno pittorico degli anni cinquanta del Novecento, fino alle
più recenti prove di scrittura visiva di autori come Accame,
l'ingresso delle grafie in pittura è spesso (sempre?) stato
caratterizzato da un'attitudine prevalentemente razionalista ed
analitica che, a mio parere, ha infatuato la critica ma ha snaturato
la ricerca e contributi non rilevanti sono venuti dagli appelli
fatti alle teorie psicoanalitiche tradizionali.
Tuttavia, oggi la direzione più vitale dell'esplorazione
artistica è quella che procede non solo nell'ormai acquisita
certezza dell'esistenza di un legame tra la parola e l'immagine
di tipo non ecfrastico, ma soprattutto nell'intento di recuperare
l'immagine dentro la parola, dentro la lettera, non solo a livello
di risultanza grafica. Il problema, però, rimane quello di
non cadere nei territori dell'astrazione, della cerebralità,
della religione; il problema è quello di trovare nella propria
umanità la radice del linguaggio - anche verbale - che esiste
prima dell'apprendimento. A questo si faceva riferimento, quando
prima si parlava del percorso a ritroso nell'interiorità.
L'artista che intraprende tale percorso si scontra inevitabilmente
con il pensiero secondo cui il linguaggio è solo frutto di
ragione.
Credo che Franca Marini si sia divincolata da questa impasse e che
la sua linea, anche quando rende il tributo forse dovuto alle acquisizioni
della lingua scritta, rimanga libera di muoversi, separandosi o
mescolandosi al colore, ma affrancandosi sempre dalla rigidità
del pensiero astratto. Sembra che, scomparso l'oggetto dalla pittura,
l'autrice non si sia trovata di fronte a quel "vuoto",
che tanto preoccupava Kandinskji da condurlo alle sue composizioni
così poco improvvisate, anche se assolutamente non figurative,
dove il ragionamento e le melodie dei numeri facevano da struttura
invisibile ai segni tracciati. Qui l'unica struttura presente (se
tale si può chiamare), sembra essere quella della fantasia,
i limiti interiori a mano a mano scompaiono e restano solo quelli,
cercati, del supporto. Qui sembra che non ci sia paura della soggettività
e dell'emotività, forse neanche dell'interpretazione. Il
compito, però, sarà lasciato allo spettatore.
(l) G. Testori, Ritorna il fantasma di Edipo, in
"II corriere della Sera", l4 novembre l984.
(2) M. Senaldi, Niente di personale. La fragilità teorica
dell'arte contemporanea, in "Flash Art", anno XXXIV, n.
227, aprile - maggio 2OOl.
(3) cfr. H. Rosenberg, L'arte è un modo speciale di pensare,
a cura di M. Cianchi, U. Allemandi & C, Torino - Londra 2OOO.
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La voce del silenzio
Cristina Piersimoni
catalogo della mostra “Sogno di un nuovo mondo - opere recenti”, Museo dell'Antica Grancia
Serre di Rapolano (Siena),
2001, p. 43-46
Il tema intorno cui ruota tutta l'opera di Franca Marini è
quello del luogo interiore che diventa scenario di una narrazione
simbolico-mitologica, dove sogno e fantasia si sostituiscono al
mondo reale per dar vita a situazioni stigmatizzate dal movimento,
non dinamico ma coreografico, delle figure che animano i quadri
in gruppo o singolarmente oppure, come nel caso delle opere più
recenti, della linea.
Il processo dell'atto pittorico, perciò, si conchiude in
un percorso emozionale personale di tipo psicologico che tende a
svelare gli strati profondi del pensiero attraverso l'analisi del
proprio passato in rapporto al passato storico-artistico. Ma la
trasposizione del sentire, che Franca Marini applica all'arte, rende
anche possibile che sfondo e immagini si intercambino i ruoli liberamente,
senza l'obbligo di rispettare la consuetudine secondo cui la scena
con le figure in primo piano è più importante del
paesaggio, come accadeva prima dell'avvento del realismo francese
ottocentesco, che altrimenti causerebbe il "potere" dell'uno
sull'altro. Aspetto non irrilevante dato che viene rimarcato dall'uso
delle stesse tonalità cromatiche sia per il fondo che per
le figure.
Il lavoro dell'ultimo decennio Franca Marini lo suddivide in cicli,
che in sintesi corrispondono a cinque serie dal titolo: "La
caduta degli angeli ribelli", "Paesaggi interiori",
"Movimento invisibile", "Emergenza", "Sogno
di un nuovo mondo".
Il passaggio da un ciclo al seguente non conosce interruzioni brusche,
è come se l'idea iniziale subisse una metamorfosi lenta e
graduale per arrivare, infine, a modificarsi totalmente sia sul
piano stilistico - pur creando un continuum con il precedente -
che su quello dei contenuti, portando agli estremi i limiti del
suo lavoro.
Questa poetica, che all'inizio degli anni Novanta rimane influenzata
dallo stato d'animo dettato dall'esilio volontario della pittrice
in America, si risolve in una serie di dipinti in cui avviene l'incontro
tra l'arte medievale senese e la contemporaneità attraverso
l'integrazione di elementi iconografici caratterizzanti desunti
dai capolavori del passato con delle brevi incursioni di carattere
neoespresionista. Qui la figura umana si fonde con il paesaggio
in una concretizzazione dell'immaginazione quale attività
astratta della mente che si genera dal contrasto tra l'apparente
semplicità della rappresentazione e l'arcana complessità
del pensiero. Sono visioni oniriche scaturite dal profondo che si
interrogano sul destino dell'uomo utilizzando il mezzo pittorico
in un confronto dialettico con la "tradizione" per esprimere
una tensione spirituale volta a cogliere il mistero della vita attraverso
il processo della conoscenza.
La luce mistica, che avvolge il paesaggio caricandolo di una valenza
ultraterrena che ne esalta la fissità in un'atmosfera rarefatta,
altera la percezione della realtà e si materializza nella
straordinaria discesa in volo di un angelo tra gli astanti come
elemento di rottura che ridimensiona la centralità della
scena.
L'austerità della rappresentazione, invece, pone una distanza
tra l'io e il mondo esterno che rimane incolmabile e piena di dubbi
e interrogativi irrisolti. Distanza che, però, viene coperta
dalle immagini che sono la rielaborazione di uno stato interno,
psichico, che si realizzano nell'opera d'arte che diventa strumento
per avere un rapporto, un legame con il quotidiano.
Mentre l'etereo e l'inconscio sono tradotti tecnicamente dalla sovrapposizione
di velature cromatiche trasparenti che si sfumano con struggente
poesia, le figure risaltano per i loro colori squillanti.
Questa visionarietà che oscilla tra fantasia e ragione, astrazione
e figurazione, ha una funzione polare di tipo contemplativo concettuale,
che si attua in un gioco speculare di corrispondenze, di duplicità
tra ordine e caos, dove è protagonista lo spazio intermedio
che passa tra impulso ed azione.
Quindi per poter leggere queste opere dobbiamo richiamare in nostro
soccorso la memoria, che diventa una sorta di mediatore per la comprensione.
Nei suoi quadri Franca Marini introduce sempre degli elementi che,
pur essendo essenzialmente riferibili al mondo reale perche ne fanno
parte, sono al contrario astratti in quanto usati simbolicamente
e in modo generico. Se all'inizio degli anni Novanta erano delle
citazioni dalle opere dei maestri italiani del passato; a metà
del decennio erano diventate delle figure umane in posa che apparentemente
stavano compiendo delle azioni, ma che per la verità erano
solo pose tratte da alcuni scatti fotografici; per arrivare, infine,
agli ultimi lavori dove compaiono le lettere dell'alfabeto, scelte
casualmente, utilizzate semplicemente come sottinteso del linguaggio.
Ma queste presenze così ambigue, perche insignificanti a
colpo d'occhio, caricano il quadro di un'energia potenziale, trasformando
la superficie pittorica in uno spazio tangibile che rompe e, allo
stesso tempo, esalta il silenzio assordante di fondo.
È come se i dipinti della Marini racchiudessero un dramma:
la lotta tra razionale e irrazionale, azione conscia che cerca di
contenere la parte inconscia esplosiva, emozionale, passionale,
e pertanto pericolosa in quanto incontrollabile.
All'inizio del Duemila Franca Marini, come ogni artista che voglia
affermare la propria individualità, percepisce le immagini
su cui si era confrontata fino ad allora come una costrizione, un
obbligo, in quanto rappresentavano dei valori predeterminati; e
questa crisi, decisiva per il suo lavoro, l'ha condotta verso una
pittura non oggettiva, più improvvisata, di matrice sia segnica
che gestuale.
Nella produzione degli ultimi tempi, infatti, la linea tortuosa
si avvolge e si svolge formando degli intrighi, per poi risciogliersi
disegnando uno spazio saturo di colore, delicato nel bilanciamento
cromatico, dove calma e inquietudine si intrecciano in una trama
fitta di segni.
La luce palpabile serpeggia tra il groviglio di linee, ti conduce
nei meandri della superficie del quadro composto da elementi subliminali
che alludono a uno spazio indefinito in perfetto equilibrio tra
il reale e l'immaginario.
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Sogno di un nuovo mondo. Opere di Franca Marini
Donatella Coccoli
De-sign, Modena, Lug - Set 2001, p. 40-41 ill.
Linee, colori e forme potenti nella Grancia di Serre di Rapolano recuperata di recente e appena entrata nel circuito del Sistema Museale Senese.
Nello storico edificio infatti è allestita fino al 9 settembre l’esposizione di Franca Marini “Sogno di un nuovo mondo - opere recenti”.
Prima mostra di arte contemporanea all’interno dello splendido edificio della Grancia e anche prima personale dell’artista nella sua terra, dopo numerose rassegne oltreoceano. Franca Marini, nata a Siena, ma formatasi artisticamente tra la Toscana e gli Stati Uniti (nel 1988 si è trasferita a San Francisco e poi nel’91 a New York) ha realizzato queste dieci tele appositamente per l’inaugurazione del museo che è avvenuta nel maggio scorso.
Dipinti ad olio, basati sulla linea e sul colore, i lavori esposti a Serre rappresentano un ulteriore passo in avanti nella ricerca dell’artista senese. “Rispetto alla serie di opere realizzate negli anni ’98-’99 - afferma Franca Marini - queste si distinguono per l’abbandono del disegno e per la loro natura improvvisata”.
Improvvisazione che non significa però casualità. Anzi. I quadri di Franca Marini presentano una ricerca sulla linea, che come dice la stessa artista è partita all’inizio del 2000 e che è visibile, concreta e coerente. Una ricerca che scava nel profondo per cogliere il “cuore” delle immagini. Il loro processo invisibile, il movimento. Una ricerca che dovrebbe impegnare qualsiasi artista che non voglia mai creare rappresentazioni piatte o banali.
E in “Sogno di un nuovo mondo” le opere di Franca Marini sono come pagine di un diario personalissimo che raccontano questo lavoro. Pagine-quadri fatte di colori potenti come il rosso e di linee nere in cui le forme nascono improvvisamente, quasi di sorpresa. Come se fosse la risposta ad uno stimolo che può essere solo un pensiero nuovo sull’uomo e sulle sue possibilità di linguaggio e di espressione.
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Franca Marini - Sogno
di un nuovo mondo
Massimiliano Tonelli
Exibart,
26 Luglio 2001
E’ ormai appurato che lo Spedale di Santa Maria della Scala
era, durante il medioevo, una delle maggiori istituzioni politico
finanziarie d’Italia. La grande struttura, per il suo approvvigionamento,
si era dotata di un ‘network’ di fattorie fortificate
chiamate Grancie. In quella delle Serre di Rapolano, in provincia
di Siena, è stato costituito un grazioso spazio espositivo
comprendente un Museo dell’Olio, alcune sale didattiche, una
sala proiezioni e un piccolo ma funzionale centro d’arte contemporanea.
In quest’ultimo spazio è allestita la prima personale
in terra di Siena della senese Franca Marini, 39 anni e una vita
passata negli USA a studiare ed insegnare. “Sogno di un nuovo
mondo ”, titolo della mostra, denota la profonda influenza
subita dall’America ed allo stesso tempo disvela l’approccio
con il quale la Marini si rapporta al suo lavoro. I quadri presentano
una volontà ricostruttrice, un istinto salvifico e benefico
(non è forse questo, secondo alcuni, il ruolo dell’artista?).
La tela principale (foto), che dà la copertina al catalogo,
ha per soggetto un fuoco vigoroso (purificatore?) accanito sulle
instabilità di un astratto ambiente urbano. Il trauma è
probabilmente frutto di un cortocircuito mentale – del pensiero
come della memoria – simboleggiato da metafisici simboli alfabetici
sospesi nell’aria.
L’impatto visivo delle opere e la loro intensa gestualità
fanno pensare ad un approccio ‘architettonico’. In alcuni
lavori (foto) ricorre sistematicamente un motivo romboidale che,
con il nome di opus reticolatus, era utilizzatissimo nelle costruzioni
tardoromane d’epoca adrianea; in altre opere scorgiamo le
suggestioni da ‘città ideale’ rinvianti alle
sculture di Pietro Consagra .
Sta dunque in questi ambienti, in queste mura antiche, in queste
città arse da una fiamma purificatrice il ‘nuovo mondo’
di cui ci parla Franca Marini.
Nelle due sale attigue alcuni acquarelli e studi completano il percorso
espositivo.
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Nuove opere di Franca Marini
Dunia Molina
introduzione catalogo della mostra Reconstrucción en rojo Nuevas Obras, Galería Nacional
San Josè, Costa Rica, 2005, p. 48
traduzione: Daniela Alejandra Ammannati
Franca Marini nasce a Siena, in Italia, dove riceve la sua educazione e formazione artistica che successivamente approfondisce negli Stati Uniti dove vive ed espone il suo lavoro per oltre 10 anni. Marini è autrice di un linguaggio complesso di forme depurate che dimostrano un potere di trasformazione molto acuto, che va dalla serie Gli angeli ribelli al paesaggio introspettivo per proseguire con la serie Movimento invisibile e continuare poi con l’altra chiamata Emergenza. In seguito a questo percorso caratterizzato da un cambio di tecniche e di tematiche, Franca Marini approda al mondo delle condensazioni astratte usando questa volta come mezzo il collage di carta di grandi dimensioni.
In un percorso costante e certo, l’artista va trasformando la sua opera e quelli che all’inizio erano spazi carichi di personaggi che perdono la loro gravità e precipitano a terra, chiamati angeli ribelli, divengono altri spazi con angeli celestiali, nubi pesanti in forme geometriche, personaggi mistici che dividono lo spazio con cavalli statici in orizzonti conglomerati.
Oggi Franca Marini, trasformata nuovamente, presenta al pubblico costaricano delle nuove opere realizzate appositamente per le sale della Galería Nacional e lascia indietro il suo mondo per adottare spazi pittorici positivi e negativi, che nel suo inconscio possono essere angeli neri o bianchi, sostituiti con nuove aree di colore o assenza di colore.
L’eterna lotta tra il bene e il male, nella quale in passato era sommersa l’opera, ha assunto un nuovo linguaggio. Queste nuove opere caratterizzate da spazi positivi e negativi di colore talvolta si trasformano in spazi pieni e vuoti, che danno un equilibrio totale alle sue creazioni contemporanee.
Questa esposizione di Franca Marini negli spazi della Galería Nacional del Centro Costarricense de Ciencia y Cultura, realizzata con la partecipazione della cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università degli Studi di Siena, costituisce un momento significativo di collaborazione fra due importanti istituzioni culturali pubbliche e rappresenta un avvenimento rilevante per il mondo artistico costaricano dandoci l’opportunità di apprezzare un’opera seria, sobria, di una grande varietà formale che rivela e riafferma un ottimismo di vita e un senso sublime della bellezza.
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Parole alate
Silvia Bandini e Esther Biancotti
catalogo della mostra Reconstrucción en rojo Nuevas Obras, Galería Nacional
San Josè, Costa Rica, 2005, p. 49-50
Per Franca Marini l’opera è un corpo vivente che si modifica, si perfeziona e si trasforma per fare dell’immagine un messaggio non cosciente: nasce vagamente e gradualmente viene scoperta.
Il prender corpo dell’emozione da cui parte la sua gestualità è determinante, si affida all’improvvisazione per allontanarsi dalla razionalità. Spontaneo un riferimento agli artisti dell’Action Painting dai quali però si discosta: soggetto del suo lavoro non è il segno dove si imprime l’emozione ma l’immagine che per lei deve sempre possedere dei contenuti. Così, la linea, il colore, la materia diventano strumenti che utilizza per rappresentare un “qualcos’altro” presente nel suo inconscio.
Per comprendere la recente ricerca è necessario ripercorrere gli ultimi anni della sua attività artistica durante i quali la sperimentazione di nuovi materiali, necessaria per la scoperta di nuovi orizzonti, s’accompagna ad un approfondimento del rapporto tra opera e spazio.
Nella serie Condensazione (2002-2004) l’immagine nebulosa è interamente costruita da un collage di piccoli pezzi di carta che nel loro sovrapporsi raggiungono una stratificazione che sembra alludere alla terza dimensione; tridimensionalità che si materializza nella scultura Nascita con colore (2003-2004) dove i singoli frammenti di carta colorata sono trasformati in piani netti intersecati tra loro.
Coinvolge lo spettatore a 360 gradi invitandolo ad un’esplorazione totale in cui lo sguardo viene catturato dal movimento avvolgente delle forme e dalla progressiva scoperta degli inserimenti in ceramica colorata, punti di luce che scandiscono il ritmo della visione.
Quando invece l’artista affronta la bidimensionalità, lo spazio lo estende: lo aggira, lo risolve con soluzioni sempre diverse, non vuole vincoli, rimane sulla tela finché questa non le pone limiti, ma se è obbligato, se soffoca le idee, ecco che ne esce e lo “sconvolge”.
In Rappresentazione teatrale (2004-2005) palesa la necessità di uscire dalla rigidità del formato rettangolare per dialogare con lo spazio attorno. Una griglia di colori vivaci apre il sipario del teatro in cui riappare la linea, assente dalla serie Sogno di un nuovo mondo (2000-01). Al di sopra del pannello forme geometriche irregolari di ceramica variopinta sembrano come appoggiate in maniera casuale e gradualmente scendere sulla superficie pittorica dove rimangono impigliate.
Nonostante l’allusione ad una scena teatrale, nell’immagine non si percepiscono figure definite ma solo un gioco di forme indecifrabili che inspiegabilmente ci toccano e ci commuovono. Un linguaggio semplice, quasi arcaico e al tempo stesso ricercato e filtrato.
Nelle sale della Galería Nacional de Costa Rica, assistiamo ad una ulteriore elaborazione del concetto di spazio che, ci rivela l’artista, nasce dall’esigenza di amplificare la potenza comunicativa dell’opera per stabilire totale empatia con colui che la guarda ricordandoci che lo spazio dove essa vive è il medesimo in cui si muove lo spettatore.
Sono opere relazionabili al momento dell’implosione che attrae e non libera perchè, se guardate attentamente, possono perdere il loro contorno ossia il legame con la realtà circostante portando chi le osserva verso un altrove lontano ed ovattato. Rappresentano la fusione della vena lirica dell’artista appassionata e fragile con la sua definizione stilistica distaccata e cristallina raggiunta attraverso un lento e progressivo approfondimento di doti espressive e di abilità innate.
Ricostruzione in rosso, protagonista assoluta dell’esposizione, è un’installazione realizzata in maniera estemporanea proprio in queste sale. Parallela alla ricerca sullo spazio è evidente la ricerca sui materiali: la carta velluto stimola nell’osservatore la percezione tattile e potrebbe divenire spontaneo avvicinarsi per sfiorarla, sentirla, viverla. E’ una materia con la quale l’artista stabilisce un rapporto diretto, che sfida, piega ed infine taglia per arrivare ad un’armonia che dia significato allo spazio. Attraverso i tagli appare la parete, il rosso intenso della carta velluto ed il bianco assoluto dello spazio si compenetrano cercandosi reciprocamente.
E’ un’opera piena di luce, una luce intrinseca alla materia che è di una forza che ti emoziona.
Agisce e reagisce nello spazio, lo attiva, lo comunica e attraverso essa si trasforma e si modifica rendendo noi spettatori partecipi di un sentire intimo e solitario ma ricco e vitale: rosso è il fluire del sangue, è energia che scorre nelle vene ramificate della materia che spinge lo spettatore a lasciarsi ipnotizzare alla ricerca di fluidi mentali che costituiscono l’interiorità, un’interiorità fatta di luce ed ombra.
Franca Marini riesce con agilità ed immediatezza ad introdurre nella sua opera questi due opposti attraverso il gioco di ombre create dalle fessure ritagliate in sagome nette proiettate sulla parete.
Dopo la frammentazione della materia...nonché la frammentazione dell’io, giunge alla creazione di una interezza attraverso l’uso di fili di lana colorati che permettono, tramite il “ricucire”, l’unione e l’accostamento di singole parti.
Questo nuovo processo di ricostruzione viene vissuto dall’artista come l’evoluzione della precedente esperienza del collage: evoluzione avvenuta in maniera inconsapevole così come si dichiara inconsapevole del legame da lei stabilito con l’antico lavoro di tessitura delle popolazioni pre-ispaniche.
Il “filo” la porta indietro nel tempo, la proietta nella memoria stratificata di generazioni e mondi lontani che ancora fanno sentire viva la loro presenza. È la “buena onda” che scorre in quel filo...il lavoro delle mani passate che sfiorano la sua memoria.
Lei stessa a posteriori s’interroga sul significato del suo utilizzo: è consequenziale? ...è causale? Sicuramente, afferma, non è casuale perché rivela un reale significato che il suo inconscio ha trasportato nell’opera. Non può esserci un’interpretazione univoca, ognuno trova ed interpreta il suo “filo” all’interno della memoria collettiva che si fa percorso individuale di colui che osserva.
Franca Marini riesce a sorprenderci nuovamente nell’altra opera di grandi dimensioni, Pensare / Fare dove i modi della “bella pittura” sembrano eccezionalmente fondersi all’istantaneità di esecuzione dei graffitisti attraverso l’uso disinvolto delle vernici spray.
I fili colorati rivestono ancora un ruolo importante e con molteplici significati.
Il supporto si forma dall’unione di carte geografiche cucite tra di loro con un filo di spago nel tentativo di annullare distanze che l’artista percepisce essere non materiali ma soprattutto mentali ponendosi in sintonia con i temi sui quali la società contemporanea si dibatte: i confini ed il loro superamento, la mescolanza di linguaggi e di culture.
Nell’immagine si delineano le sagome di due ampie mani che ci comprendono all’interno di una spazialità globale; è una mano che cerca l’altra mano, l’una protende verso l’altra pur percependosi diverse, é l’uomo protagonista di un confronto complesso tra le diversità di popoli, è la realtà cosmopolita e multicolore della sua esperienza newyorkese che sembra voler recuperare. I fili mettono in rapporto le due sagome tra di loro ed intrecciandosi vanno a creare una moltitudine di forme colorate. Fuggono poi dall’opera, ne espandono i confini per andare a cercare punti dello spazio circostante.
Il filo del pensiero si fa unione e permette di mettere in relazione elementi lontani ed eterogenei; fili sottilissimi del pensiero, parole alate che fanno incontrare mondi diversi.
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